Recensioni

8

Al sedicesimo chilometro dalla stazione di Shepherd’s Bush, tutti i treni iniziavano a rallentare la corsa quasi andassero a tentoni. I passeggeri si stringevano al finestrino, chiedendosi se stessero riparando i binari o se si viaggiasse fuori orario, fuori tempo. Pioveva. Pioveva spesso a Londra nel 1979. Anche quando arrivò Lucio nel giugno di quell’anno, pronto a stravolgere ancora una volta la sua avventura sonora, e a farlo di nuovo con un certo Geoff Westley.

Una giornata uggiosa, che uscirà nel febbraio 1980, sarà l’ultimo disco firmato da Battisti e Mogol: poi, di quel volto dai tratti soavi, di quei ricci domati non si avranno più immagini. Lucio Battisti sarebbe scomparso dalle scene, volontariamente, lucidamente, assecondando l’insofferenza di mostrarsi, quella popolarità non desiderata, per continuare a esistere, nel suono, nelle canzoni. Come si arrivi scrivere la parola fine a un sodalizio così fortunato era e resta un mistero, alimentato da ipotesi, supposizioni, verità sfuggite. Certo che la solenne e implacabile sparizione del corpo di Battisti, la sua rigorosa dissolvenza, la sua fuga dal mondo, hanno contribuito a rendere eterna e quasi romanzesca questa vicenda fatta di lavoro, rispetto, note e parole.

Solo un piccolo passo indietro: maggio 1979, Zurigo, in una camera d’hotel Lucio Battisti dialoga un intero pomeriggio con un giovane giornalista Giorgio Fieschi per la Rete 1 della RSI. «Non parlerò mai più perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte». In quell’intervista, Battisti rivela moltissimo e lo fa con affabile e disarmante ironia: dall’interesse sempre maggiore per la disco music e il suo incontro con la melodia alla polarizzazione tra ambizioni artistiche colte ed esigenze più immediate per il grande pubblico. In pratica le basi da cui si svilupperà proprio Una giornata uggiosa. Solo un mese dopo l’incontro con Fieschi, Battisti è a Londra, più precisamente ai Townhouse Studio (che oggi sono diventati villette di lusso), in compagnia di Geoff Westley (in studio con i Bee Gees in quel periodo) e uno staff di grandi musicisti: Stuart Elliot, batterista per gente come Cockney Rebel, Pilot e Alan Parson Project, Peter Van Hook, collaboratore di Van Morrison, John Giblin che entrerà nei Simple Minds. E poi Phil Palmer, nipote dei fratelli Davies, fondatori dei Kinks, chitarrista richiestissimo – in tour con Eric Clapton e Mark Knopfler – Morris Pert che suonava nei Brand-X di Phil Collins, e infine Mel Collins, direttamente dai King Crimson. A Londra niente assedio dei fan, niente fotografi, la possibilità di ripartire da zero. Battisti vi rimane per tre mesi, mentre nello studio a fianco al suo Peter Gabriel sta registrando il suo Melt.

A poche settimane dalla notizia della rinascita della Numero Uno, storica etichetta che pubblicò i lavori di Battisti-Mogol dal 1972, ci ritroviamo a maneggiare l’estrema modernità concettuale e sonora di un disco che proprio nel 2020 compie quarant’anni. Uno dei molti aspetti meravigliosi della produzione battistiana è ascoltare i suoi dischi e indovinare di quale nuovo mondo sonoro Lucio si fosse innamorato, come avrebbe rinnovato il proprio sound lui che era davvero un sincero maniaco della musica sempre pronto a confrontarsi su strumenti e tecniche di registrazione innovative: con Una giornata uggiosa il mondo da cui attinge è abbastanza esplicito ma Battisti riesce a superare la disco, invecchiata in un lampo con l’esaurirsi del boom delle discoteche.

Il suo quattordicesimo album esce nel 1980 dopo mesi di lavorazione in terra inglese, a metà fra Londra e Oxford dove il trentaseienne faceva la spola per non staccarsi mai troppo dalla moglie e dal figlio, che lo avevano seguito oltremanica. Come ricorda Geoff Westley, Lucio non voleva passare troppo tempo senza i suoi affetti e, come avvenuto con il disco precedente, il produttore inglese ricorda quanto fosse raro vivere il Battisti più privato: «Chiedevamo a Lucio di restare in studio di più ma lui aveva preferito rimanere a Londra e farsi un’ora e mezza di macchina ogni giorno e poi tornare a dalla moglie. Solo una sera, complice un temporale, restò con noi. E fu un’occasione indimenticabile averlo davanti al camino, lui con una chitarra che non aveva mai usato per incidere, che ci cantò tutte le canzoni della sua storia. Un concerto privato». Westley sembra cogliere, più di altri, l’animo sfuggente e solitario di un giovane uomo ancora allergico a tutto ciò che non è suono, e lavoro. Instancabile Battisti che quando non lavora al disco, studia matematica all’Università, deciso ormai a laurearsi. La scienza, i numeri, le costanti e le variabili, diventano più che mai mezzo per dar vita a qualcosa di nuovo, ora che i Settanta con la loro portata politica e intellettuale sono finiti, ora che la modernità talvolta votata all’eccesso, talvolta timidissima nella sua essenza debordante, si affaccia prepotente al finestrino di quel treno. Non è un caso che dopo questo disco Battisti cambi paroliere, passando alla penna enigmatica, talvolta inaccessibile di Pasquale Panella, probabilmente il più anti-Mogol che ci fosse in circolazione al tempo, per gusto e strutture compositive.

Una giornata uggiosa parrebbe esser stato (anche se la smentita di Rapetti esiste) un precursore del tanto attuale smart working: pezzi composti a distanza e spediti a Mogol per posta. Il motivo? Un mancato accordo sulla ripartizione dei proventi tra il musicista e il paroliere. Se ne è scritto moltissimo, speculando, ricamando gossip e mezze verità; ciò che resta di più esplicito si trova come sempre nelle canzoni, nella poetica mogoliana, in cui per la prima volta compare un sentimento di odio mai visto prima come dimostra «l’odio feroce, l’odio ruggente» di Gelosa cara, o «ti capisco se mi odi canticchiando una canzone» di Questo amore. Che sia questo il motivo della crisi, nascosto in piena vista? Se volessimo trovare un fratello oltreoceano a questo disco, lo potremmo scovare nell’avventura folle e bistrattata da tutti (fan e critica) di Death of a ladies’ man del duo Cohen-Spector. Sebbene il rapporto con Westley non fosse così complicato, va detto che l’inglese si impadronì del ruolo di produttore portando avanti scelte musicali non sempre in linea con lo spirito di Battisti. Rispetto al lavoro precedente, mancò la voglia di provare, di sperimentare da parte di Geoff, con numerose scelte di arrangiamento, una diversa dall’altra, sempre alla ricerca di soluzioni autonome, dimenticando un po’ la canzone e l’artista che aveva in studio. Se è vero che Battisti non appare  così protagonista, è anche fondamentale sottolineare come proprio questa natura più marginale di Battisti irrompa con estrema naturalezza in un uso della voce mai così centrale: l’attenzione quasi ossessiva per il doppiaggio delle parti cantate, sia nei casi di semplice sovrapposizione che in quelli di armonizzazione, verrà simpaticamente sottolineata nelle note di copertina con una dicitura esplicita, «musica e voce di Lucio Battisti». Che equivale a dire tutto Battisti.

Anche per Battisti, così come fu per Leonard Cohen, Una giornata uggiosa riveste però il ruolo del figlio di un dio minore, considerato unanimemente il peggiore disco dell’artista reatino. E allora, dopo bene quarant’anni, forse è arrivato il momento di illuminare definitivamente tutte le preziosissime cadute e le ardite trovate vocali del buon Battisti in questo lavoro pop rock, in bilico tra ELO e Supertramp, tra tastierone pesanti che anticipano il suono degli Ottanta e sperimentazioni funk. Una giornata uggiosa – con quel titolo che non convinceva gli autori «perché la parola uggiosa non la conosce nessuno» – non è il disco grazioso che molti hanno raccontato per decenni, ascrivendolo a una volontà di compiacere il pubblico. Appare piuttosto come un giro di boa, come il momento karmico in cui Battisti si chiede cosa fare del tempo. E noi ci chiediamo, cosa ne fa del suono? Se in parte Geoff Westley si fa carico di una grossa fetta nella produzione del disco rendendola sontuosa e a tratti ipercarica, è pur vero che la volontà di Battisti non viene totalmente bypassata dagli arrangiamenti scelti dall’inglese. La mancanza del senso di misura lamentato da buona parte della critica svanisce nel momento in cui gli incastri ritmici degli strumenti lasciano un respiro che insegue motivi brevi e ritmati, quasi scat, ma non per questo privi di una struttura solida. Se la metrica e la costruzione delle strofe in parte risentono di una chiusura abbastanza rigida, la vocalità di Battisti non pare venir toccata da questo, a parte nel poco riuscito falsetto di Una vita viva con un uso degli «oh oh oh oh» sin troppo ruffiano e ordinario. Da sempre il momento dello skip per chi scrive. Sia chiaro.

Battisti dà vita a un groove pastoso, a un funky-rock esuberante sempre poggiato su strutture a lui note, così che possa sperimentare senza rischiare di perdere il controllo; è il caso del brano che apre il disco, Il monolocale, costruito armonicamente sul tetracordo frigio – molto amato da Battisti che sapeva bene come personalizzarlo – con le strofe a battute alternate tra frasi fulminee e ampie pause. Il ritornello vivace, quasi uno slogan (intonato su vendesi), dai tratti latineggianti, filma l’idea dei due innamorati alla ricerca di un nido d’amore con un tono non più fantastico come avveniva in Dove arriva quel cespuglio, ma reso parossistico dall’andamento incalzante. È un’ostinazione funky quella di Arrivederci a questa sera, un fuoco sincopato e ballabile grazie anche a un accompagnamento in cui andrà a insinuarsi una splendida sezione di fiati, una scelta che un po’ ricorda il soul morbido degli Earth Wind & Fire. Un unico modulo che risulta leggermente strozzato da una linea di basso marziale, che quasi tradisce la leggerezza genetica del brano finché non si libera nel solo di sax di Mel Collins, una delle più maestose salite pop.

Gli accordi, stretti e sincopati, che danno vita a Gelosa cara, col suo ritmo vagamente latino e un arrangiamento che timidamente profuma di Santana. Si aprono elastici, così come ci ha insegnato il metodo Battisti, continuando a mostrare quell’afflato funky che ormai le terre inglesi hanno impresso al suo suono negli ultimi anni. Il pattern coloratissimo e marcato di Orgoglio e dignità crea un giro armonico in levare con un tempo in 12/8 che scioglie ogni riserva sulle accuse rivolte alla costrizione sonora di un Battisti sempre più dedito al falsetto vertiginoso. È qui che il caleidoscopio sonoro sfocia nella doppia presenza di due assoli di tastiera che si sviluppano in contemporanea. Un “mistero affascinante” che ci eccita ancora dopo quarant’anni. Nonostante abbia una struttura estremamente ben sviluppata, con strofa, ritornello e inciso, Una vita viva, risulta uno dei brani più omologati del disco; sarà che comporre un breviario su come affrontare questa traversia chiamata “vita” è sempre un’impresa titanica, sarà che il piano martellato e la sezione ritmica spezzata non aggiungono levità, ma la caduta qui appare inevitabile. In aggiunta l’utilizzo nel ritornello di tutti quegli oh oh oh oh non aiuta minimamente a salvare il salvabile per questa marcetta fatta di contrasti e banali sequenze armoniche.

Ce ne dimentichiamo subito grazie al giro armonico della freschissima Amore mio di provincia, valorizzata da una melodia sintetica eppure autentica. Battisti tocca quasi le vette degli urlatori (chissà, magari sfruttando i consigli del caro amico Adriano Pappalardo), portando la voce ad altezze spericolate senza mai sbagliare l’intenzione, la potenza. È un giovane uomo alla ricerca di nuove avventure sonore, non ha paura e lo dimostra in quel modo di portare la voce, dritto, imprevedibile, eppure fluente. L’arguzia di un brano come Questo amore, con un ritornello quasi perfetto e quell’uso ritmico di brevi motivi ascendenti per rapide semicrome, sta nelle improvvise frenate seguite da una nuova distensione. È una rumba sintetica che fa roteare le braccia con liquida voluttà. Si intravede in maniera nemmeno troppo implicita quanto Battisti si stia appassionando a suoni di natura elettronica, che svilupperà nei lavori successivi.

La qualità, anche seducente, della grana vocale di Battisti favorisce un contatto fondato sulla suggestione prima ancora che sulla comprensione. Nell’interazione tra la musica, così evocativa, e il valore fonosimbolico della parola emerge la sua capacità interpretativa. Più unica che rara. L’indolenza fantasista della splendida Perché non sei una mela si manifesta nella sequenza cromatica degli accordi morbidi e in quella linea di basso fusion tanto ipnotica quanto rivelatrice nel muoversi in contrapposizione alla melodia, nell’intrecciarsi alla scintillante sezione di fiati – sax, tromba e trombone – sull’inciso. Ah, la semplicità dei rapporti desiderata da un uomo sta qua, in quel «vera, semplice, spontanea, rilassante». È cambiato qualcosa? Il brano, che risaliva almeno a tre anni prima e doveva essere inserito in Una donna per amico, ricopre un ruolo a sé, come fosse un corpo estraneo: Westley si trattiene dal caricare di Fender Rhodes le tre strofe e le inserisce fortemente soltanto nell’ultima parte della canzone, che non è un inciso ma neanche un ritornello, semplicemente una variazione del tema, soluzione insolita ma decisamente efficace. Aliena rispetto al blocco di canzoni, si pone quasi come un inserto poiché nasce sul coda in dissolvenza di Questo amore e finisce sull’assolvenza di tuoni e suoni di pioggia che aprono Una giornata uggiosa. Perfetto, tutto.

Ecco che la title track, un rock pop mosso e incalzante, quasi vicino al flamenco con quell’acustica vittima di uno strumming epocale, corre su e giù su una scala minore naturale, con un testo che passa dai tormenti carnali trasfigurati nelle ormai celeberrime «mutandine rosa» al desiderio di giustizia nel trovare «un amico vero». E se il testo di Mogol sembra implorare la pace matrimoniale, con una dolce e pura presenza, la voce impudica e liberatoria di Battisti, al massimo dell’euforia, suggerisce tutta un’altra concretezza. Così come nel sognare un «Paese infine dignitoso», e lasciare la «Brianza velenosa», a qualche anno di distanza dal disastro di Seveso, sembra comparire una verità celata, una sensazione che sa di sipario.

La fine di questa lunga storia chiamata disco, chiamata collaborazione, ha la forma del soft-rock d’autore in perfetto equilibrio di Con il nastro rosa, l’ultimo capolavoro della coppia d’oro con una produzione che punta più sui contrappunti delle chitarre che su quelli tastieristici. Se il fraseggio è reso vivo da un ritmo giambico, il ritornello può farsi arioso mentre la voce di Lucio s’inerpica sempre più in alto, indugiando nel falsetto. È l’inizio di un amore nato da un’avventura, vecchio soggetto mogoliano sviluppato ora con maggiore tormento rispetto all’archetipica Un’avventura. Ma ciò che forse ha reso irresistibile ed eterno questo brano sono le immagini, i giochi di parole agrodolci e nostalgici, come le allitterazioni rese iperboliche dalle coniugazioni verbali: «chissà, chissà chi sei/chissà che sarai /chissà che sarà di noi» con quella chiusa diventata proverbiale,«lo scopriremo solo vivendo». E poi la virtuosistica quartina conclusiva, chiaro esempio di una delle più brillanti paronomàsie della canzone italiana: «mi sto accorgendo che son giunto dentro casa / con la mia cassa ancora con il nastro rosa / e non aver sbagliato la mia spesa /o la mia sposa». Registrata semplicemente in quartetto (basso, batteria, chitarra e tastiere), Con il nastro rosa vive la stessa natura incerta con cui è nato e si è chiuso il disco, quella fine un po’ amara che precede il disincanto. E si continua – ancora oggi – a chiedersi, tra lo scroscio della pioggia e il lungo assolo chitarristico di Phil Palmer, cosa significasse davvero questa profezia felpata in odor di Fleetwood Mac.

Proprio quell’assolo, come ricorda lo stesso Palmer, sarà destinato a fare la storia: «…mi è bastato sentire una volta la bellissima canzone e le basi create da Geoff Westley, che il mio istinto mi ha subito ispirato. Tra l’altro quel giorno avevo mal di denti, dovevo andare dal dentista, così registrai l’intera session in un’unica take e scappai! La partecipazione al disco è stata importante e significativa per il mio percorso professionale, ma solo dopo vent’anni ho scoperto che il mio assolo era diventato un cult!». Quel ripetuto «chissà chi sei chissà chi sei» sulla coda (presente solo nella versione dell’album e non su quella del singolo) suona da una parte come la constatazione della fine del ruolo per tante volte giocato al fianco di Mogol e contemporaneamente come la ricerca di un’identità artistica tutta da inventare nell’immediato futuro.

La separazione si concretizza ma senza attacchi, senza scontri, senza dichiarazioni a mezzo stampa. Una conclusione che si riflette anche nell’iconica copertina frutto del progetto grafico di Ilvio Gallo: quella linea che divide la strada, che biforca un percorso, l’uomo con l’ombrello che esce di scena da una parte e l’arrivo di una Volkswagen dall’altra – già simboli di due mondi divisi, come quello del musicista e del paroliere. «Volevo una luce particolarmente uggiosa che, visto il periodo invernale, non avrebbe dovuto essere un problema. Ogni mattina alzavo gli occhi al cielo nella speranza di vedere una nuvola, qualcosa di suggestivo ma un sole malato agitava le mie giornate…ormai non c’era più tempo, la data di consegna si avvicinava inesorabile, decisi di ricorrere alla finzione e una cisterna inondò d’acqua il set, così il mio banco ottico immortalò finalmente la scena», raccontò Gallo.

Una giornata uggiosa, l’Alfa e l’Omega di un momento storico e artistico vitale e complicato, la chiusura del periodo mogoliano, l’inizio di una nuova collaborazione, questa volta con Pannella, e uno sguardo inedito sulle cose, sui suoni. Il modo di dirsi addio, in silenzio, con rispetto, sembra riflettersi nello studio scientifico delle progressioni armoniche curato da Battisti: è un accordo anche quello, un’armonia che deve liberarsi. Non ci sarà mai qualcosa di stonato, nemmeno nella fine, nella più impensabile delle separazioni, ora che il disco è finito e si può condividere un’ultima speranza.

Ora che Lucio è sceso dal treno, e attraversando la metropoli, si sente già un po’ più leggero, con un amico in meno e il ricordo di una felicità.

Voti
Amazon

Le più lette