• Gen
    01
    1977

Campi magnetici

RCA

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E’ il 1977, in giro c’è odore di rivoluzione, eppure Lucio Dalla decide di abbandonare la critica sociale più smaliziata ed equivoca, deviando sul lirismo più sospeso, scontrandosi con la devastazione della società industrializzata italiana, elevandola a sottofondo necessario, punzecchiante. A separarlo da tutta quella nebbia, l’assolutezza del mare.

Ciò che stupisce di queste canzoni non sono gli arrangiamenti, mediterranei sì, sanremesi forse, stranianti certo, ma la visione defilata e così selvaggiamente acuta di ogni singolo episodio. Perché se Franco Battiatoha vissuto anni stupendi dentro ad una stanza”, Dalla si cuce addosso un mondo senza toccare il suolo, per riavere ciò che siamo “cominciò una guerra per conquistare quello scherzo di terra”. Non si limita a riciclare le scorie compositive di Roberto Roversi (autore delle liriche nelle precedenti prove discografiche), ma li esalta con uno sguardo che si fa disincantato (“la canzone senza note di uno che si è perso”) o terribilmente sincero (“se la sua è cattiveria io la prendo per mano ce ne andremo lontano”, concludendo l’attraversata) come in Cucciolo Alfredo, racconto a volo basso in un eterno piano sequenza.

E’ musica per gli occhi. La struttura metrica si fa elettrizzante, un delirio dell’assurdo mai così realistico, in bilico tra visioni consumistiche e ritratti di una Bologna/mondo che si crede in rivolta e si risveglia assopita. La melodia è immersa nell’armonia, come se non esistessero filtri. Puro amore che si rispecchia nella limpidezza sonora della title track, gioco di specchi in cui l’autore chiarisce le intenzioni e le disattenzioni di ciò che seguirà, perché “il pensiero dà fastidio anche se chi pensa è muto come un pesce”. Dalla diventa così il cantore della demenzialità del presente, la rende lucente, specchiandola con la grandiosità della storia umana, della vita dimenticata, nascosta. Allo stesso modo ecco le puttane, la sinistra mancata, i desideri sfiatati, la Berlino desiderata e chissà quant’altro nel quasi rap dal sapore tropical-boccacesco di Disperato Erotico Stomp.

C’è l’obliquità sonora di Treno a Vela avvolta in una toccante narrazione – pur sempre velata di sarcasmo – imprigionata dalla miseria e dai sogni, però “in un lampo la sua decisione, prende in mano un bastone e comincia a volare”. L’estro di Dalla si fa devastante quando canta del vuoto di vite dissestate, come nel quasi grido d’aiuto di Quale Allegria: l’io narrante sembra un buco nell’acqua in moto perpetuo tra le tristezze dell’animo umano, colmo di rassegnazione, inebriato da ondate di tastiere e arrangiamenti classicheggianti, fino al culmine di un grido senza risposta in un tripudio di tastiere fender. Una bolgia di umori, sensazioni e deviazioni che scivola tra i sospiri finali, tra gli echi forzati roversiani di E non andar più via e il racconto di un ritorno a casa, dalle tinte rasserenate, tra le acque immaginarie di Barcarola.

Le conseguenze del (dis)amore di Come è profondo il mare s’infilano in due ben distinti sentieri. La premonizione di un mondo al di là dal venire e l’influenza su un’intera generazione di cantautori (Brunori Sas, Dente, Colapesce). Può sembrare casuale, ma c’è più trasparenza e lungimiranza in un verso qualsiasi –  eccolo: “deve essere uno slavo che dorme e ruba alla stazione, con gli occhi senza luce, deve essere un mascalzone” (la coriacea e scanzonata Corso Buenos Aires, quasi una rincorsa a braghe calate) – che in qualsiasi testo di qualsiasi cantautore degli anni zero. Loro sì – ma non ne facciamo una colpa, suvvia – copia (in)fedele della magnificenza del passato.

28 Novembre 2011
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