Recensioni

7.2

Forse è un traguardo artistico per Luke Vibert che quest’anno sembra tarantolato di creatività (l’album in solo e il ritorno alla Plug chiamato Ace Of Clubs), forse è un passaggio del testimone per la serie il grande vecchio della space age anni Sessanta, il sonorizzatore storico della Disney, che passa lo scettro al lounge man number one dell’elettronica albionica.

Probabilmente è un azzardo eppure Moog Acid ha tutta l’aria di una conquista importante per l’aspetto più propriamente creativo dell’estetica vibertina, ovvero quello exotic-hop, specialmente Wagon Christ. Retrospettivamente, il percorso è simile a quello di una retta, lineare in leggera pendenza. Una linea puntinata nella quale in questi anni abbiamo osservato le zampate del genio e la gentilezza. Il senso di colpa propriamente albionico in dialogo beat. Quel fare stoned che libera la mente. L’erba Sessanta che l’attiva in gnosi sempre più profonde. Visioni futuriste che disco dopo disco portano al Perrey ultra kitsch e a tutti gli innovatori poptronici impiegati negli spot televisivi d’antan. Un incontro ravvicinato dell’ennesimo tipo che alla fine si compie e basta l’attacco godardiano di Intro (i due che si presentano contemporaneamente in stereofonia) per capire che qualcosa di magico sta per sgorgare.

Già, nei quaranta minuti dell’album, Vibert pare regredire (progredire) a un’infanzia reale (la sua) e ad una mitica (quella collettiva del pre-sbarco lunare). Entrato in possesso dei sample storici di Jean Jacques e con il grande vecchione in studio, è come se fosse entrato per la prima volta in sala giochi. Quella freschezza e quel senso di meraviglia che erano il pane delle ingenue-geniali produzioni del passato le può toccare con mano, libero dalle maniere dell’ultimo Chicago Detroit Redruth (e precedenti a suo nome), leggerezza e tocco francese s’impossessano di lui e ZOT! La fantastica mistura di Public Enemy e George Harrisn di Dream 106, gli inseguimenti Hanna & Barbera missati Carnaby Street di Jjplvdnb (parente stretto delle soundtrack dell’Alberto nazionale dei Sessanta e del nazionale Piero Umiliani rivisitato breakbeat e Vibert touch ovviamente), il groove elettroanalogico di Vision For The Future. Ancora. L’ironia fanciullesca, naïf, tipo “Fra Martino” ovvero Frere Jacques (sample preso dall’album del francese The Amazing New Electronic Pop Sounds Of) per xilofono, beat, bass e timido canto del figlio di Vibert.

Puro humour Aphex Twin quaddentro. È vero. Poi quella sorta di poliziesco tv – Colombo? Derrick? – per pianola che s’incarta che rappresenta l’altro grande contributo della collaborazione (Messy Hop). L’immaginario e la folgorazione di quest’ultimi episodi non viene raggiunta dappertutto, diciamolo. Ma ce n’è abbastanza per un (7.2/10) E per il premio alla carriera a entrambi. Prefuse 73 fatti da parte.

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