Recensioni

7.2

La storia dei Luluc è cominciata quando Zoë Randell a 15 anni ha deciso di lasciare Melbourne per iniziare, zaino in spallo, un viaggio in solitaria per l’Europa. Ad un festival ad Edinburgo ha incontrato Steve Hassett e insieme hanno dato vita a questo sodalizio che ha nell’autoprodotto Dear Hamlyn datato 2008 il suo esordio ufficiale. Quello che propongono i due è un folk poetico estremamente misurato e cadenzato, trame sonore chirurgicamente soppesate su un disco che si concentra principalmente sulla scomparsa del padre della Randell.

Passano gli anni e i Luluc vengono coinvolti su invito di Joe Boyd nel disco tributo a Nick Drake Way To Blue mettendosi in mostra con quelli che sono probabilmente anche i momenti migliori del progetto, ovvero la loro interpretazione di Things Behind The Sun, Fly e Saturday Sun con Lisa Hannigan. A notarli questa volta è Aaron Dessner che decide di accoglierli sotto la sua ala protettiva e di produrre negli studi dei The National a Brooklyn il loro secondo album Passerby, il primo su Sub Pop, oltre che coinvolgerli in un altro disco-tributo, il mastodontico Day Of The Dead. Un album che fatica a brillare, finendo per cavalcare con poca varietà i punti forti dell’esordio e optando per soluzioni molto più piatte e ripetitive.

Sculptor arriva a quattro anni di distanza e stavolta gli orizzonti cambiano, lo spettro musicale della Randell cambia forma, si allarga. E’ l’adolescenza a caratterizzare i dieci pezzi di questo disco, con il tempo che gli scorre inesorabile sotto i piedi e quella difficoltà perenne nel fare i conti con le relazioni umane. Senza tradire quell’essenzialità musicale, delicatamente sussurrata, a metà strada tra un haiku e Simon & Garfankel, i due aprono le porte a nuove sonorità: si prenda Spring, con il suo mood immediatamente più rilassato, positivo, armonioso, con le percussioni, elemento nuovo ma mai invadente, a incalzare la simbiosi di voci, chitarra e note di piano. O ancora l’introduzione quasi jazz di Genius piuttosto che la parabola riconciliante fatta di tensione e resilienza nel brano che dà il titolo al disco.

A fare compagnia ai due ci sono Matt Eccles e Jim White a dividersi batteria e percussioni, c’è Dave Nelson al corno, ancora Aaron Dessner che stavolta oltre a suonare la chitarra si è occupato anche della parte elettronica, c’è la chitarra di J Mascis, ospite d’eccezione in Me And Jasper. La voce resta al centro ma ora è accompagnata da un contesto che non si limita a disegnare una cornice o a fare da sfondo alle storie della Randell ma ad ampliarne l’eco, la forza espressiva, come in Heist con i tappeti elettronici a intrecciarsi con note di organo, chitarre e percussioni.

Tutto è perfettamente al proprio posto guadagnandosi il proprio raggio d’azione, ogni dettaglio, ogni sussurro, colpo di plettro, arpeggio o piatto che vibra ha una sua specifica rilevanza, una sua deterministica funzione. Nell’essere tutto sommato un disco più positivo rispetto al passato, Sculptor è comunque un lavoro che vive di perenne tensione emotiva e ribellione, di insofferenza e voglia di esplodere, stranezze inaspettate e virate improvvise. In bilico perenne eppure quasi miracolosamente sempre in piedi, coeso e compatto, come nella cristallina poeticità di Controversy, uno dei momenti più belli del disco, con quella texture di arpeggi, voce, programmazione, tastiere e campanelli in perfetto, meraviglioso equilibrio a disegnare atmosfere baritone che starebbero bene anche in un disco dei The National.

Complice una produzione pressoché perfetta e una qualità sonora ammirevole, Sculptor è senza dubbio il lavoro più maturo e definito dei Luluc. Un passo in avanti rilevante nel percorso artistico del duo che porta la semplicità del loro folk ad un livello superiore molto più interessante.

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