Recensioni

Tralasciando quanto si legge in giro a proposito dei Luminal – c’è chi li esalta anche oltre i loro reali meriti e chi li vorrebbe ridurre immeritatamente a poco più di un’interferenza di scarso valore artistico in un sistema musicale nostrano fin troppo accondiscendente – potremmo dire che la formazione composta da Carlo Martinelli, Alessandra Perna e Alessandro Commisso si muove lungo un crinale instabile e pericoloso. Da un lato sceglie consapevolmente di giocare con un estremismo dei contenuti e della forma (basso-batteria-voce e poco altro) che paradossalmente concede grande libertà nella scrittura e, dettaglio non da poco, il piacere dell’imprevisto, dell’assenza di una logica compositiva stringente; dall’altro è portata, proprio dalla voglia di giocare con i limiti – della musica che propone, ma anche dell’ascoltatore – a spostare l’asticella della provocazione sempre un passo oltre, si tratti del linguaggio utilizzato per i testi, delle scelte estetiche o degli argomenti trattati.
Amatoriale Italia, da questo punto di vista, ci era sembrato una buona sintesi, disco di valore – artistico e concettuale – e cronaca irriverente, scardinata e volutamente “brutta” di un quotidiano vivere ugualmente squallido. Arte che interpretava la vita trasformandola in un realismo musicale senza filtri e libero di essere letto o travisato, ma anche un buon esempio di immediatezza del messaggio. Insomma, quell’equilibrio sul crinale di cui si diceva poc’anzi.
Il qui presente Acqua Azzurra, Totò Riina (titolo che mima il nazionalpopolare canoro mixandolo con un nazionalpopolare ben più pericoloso, e che ovviamente chiama in causa l’Italia) sfiora quella mirabile sintesi di arte ed estremismo – di certo, nei trenta secondi di Onora il padre e la madre o ne L’operaio della Fiat II la vendetta – ma rischia di non essere davvero pungente e, soprattutto, “necessario”. La formula musicale non cambia di molto rispetto al recente passato, ma in questa sede il post-punk tesissimo dei Luminal fatica a tenere le fila di un assetto senza compromessi che a volte sfugge di mano, perdendosi nel fine a se stesso, nel poco concreto. Ad esempio in brani come Ammazza i tuoi idoli, Non riesco ad avere soddisfazione o La tua ragazza è un puttana, a cui manca quell’efficacia che in passato la band aveva dimostrato di possedere. E’ un po’ un passare il guado, con idee musicali non sempre a fuoco (Greetings From Rossano Calabro) e la scomoda sensazione che quel che una volta era credibile ed empatico, sia diventato d’un tratto un cortocircuito.
Non si parla di mancata onestà intellettuale, sia chiaro, quanto di un lasciarsi prendere la mano finendo in un labirinto “sloganistico” che nasconde lo spessore effettivo della band e gioca a sfavore di una poetica che potrebbe essere ben più tagliente. Un peccato, se si considera che stiamo parlando di una formazione portata per natura all’autopsia sociale e all’autocritica senza sconti (e, per questo, da ammirare).
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