Recensioni

7.4

È una crescita continua quella che ha potuto constatare chi segue i Luminance Ratio su disco e, soprattutto, chi ha avuto modo di vederli suonare live negli ultimi due o tre anni. Un suono che sin dai primi vagiti – Like Little Garrisons Besieged, prova embrionica e non con l’attuale formazione a quattro (all’epoca Eugenio Maggi aka Cría Cuervos si accompagnava ai fondatori Andrea ics Ferraris e Gianmaria Aprile, da quel momento supportati da Luca Mauri e Luca Sigurtà) – si mostrava potenzialmente in divenire, musica in grado di spostarsi e fluttuare verso paesaggi sonori sempre cangianti e iridescenti, onirici e sfumati, come ribadiva l’ottimo Reverie. Ora la pubblicazione di Honey Ant Dreaming sposta ancor più avanti i paletti di quel suono, o meglio di una concezione sonora che è al contempo onirica e impalpabile, così come muscolare e ritmica, ondivaga e penetrante.

Pubblicato dall’inglese Alt.Vinyl in vinile trasparente incastonato in una splendida edizione xilografata e ispirato all’omonimo murale dipinto dagli aborigeni Pintupi di Papunya nel 1971 (considerato il turning point dell’arte aborigena), Honey Ant Dreaming è il disco più compiutamente ritualistico dei Luminance Ratio. Un vero e proprio viaggio iniziatico in sei tappe che si snoda sinuoso come un serpente e ottundente come un daydreaming nel deserto australe (la lunga, estenuante lotta con se stessi avvolti in una densa e ipnotica caligine di Great White’s All Around), lungo lo scheletro etno-psichedelico di un insolito beat dritto (la title track) o di un drone estatico e iridescente (I Am HE And She Is SHE But You Are The Only YOU), non dimentico di sferzate noise (quelle che tagliano a metà una sognante e cupamente romantica Splinters Of Rain) e recrudescenze quasi industrial (il tribalismo di Passage D’Enfer fa risalire alla mente tutto il versante percussivo dell’industrial primigenio, da EN e Test Dept in giù; poi c’è il beat che “scandisce” l’incubo alieno di Blood Vessels prima di farsi esplosione liberatoria).

Perdersi dentro simili suggestioni è facile, dunque, e pure quando sembra di intravedere la “visione” che i quattro stanno avendo e mettendo in atto, chini sulla propria strumentazione e avvolti in una penombra fumosa, la si percepisce sfuggente e volatile, continuamente in divenire e mai fissa in una sua forma definita; esattamente come avviene fissando le opere puntiniste degli aborigeni – ora il dettaglio, ora l’insieme complessivo – ma sempre con la sensazione di assistere a qualcosa di più grande, atavico e profondo.

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