Recensioni

7.3

La retorica della dentro e attorno alla contaminazione è forte, ma resta il fatto che il mistilinguismo è la strada da percorrere e così pure che il futuro della musica occidentale – salvo voler rileggere il passato all'infinito arrivando al revival del revival per esaurimento scorte – sta fuori dall'occidente. Sulla mappa la X è il punto dove scavare ed è qui che troviamo il trio di South London LV, ovvero Will Horrocks, Gervase Gordon e Si Williams, tre nerd bianchi dal cuore nero, perfettamente inquadrati da una copertina dove zebre e microchip si fondono e confondono.

Avvistati già nel 2007 su Hyperdub, poi in split collaborativi su moomusound e Hemlock con gente come Dandelion e Untold, con la prima prova lunga nel 2011 su Keysound assieme al poeta-rapper Josh Idehen, i tre tornano ora con il disco che darà loro la giusta visibilità (al momento non hanno manco un sito ufficiale), anticipati a luglio dall'EP Get a Grip e trainati da un singolo tormentone indovinatissimo come Sebenza, che ci sta facendo tutti canticchiare "Se-Se-Benza uh! / Se-Se-Benza wah! / Se-Se-Benza only rest in December". Tastiere sature, rappato dal piglio grime ma giocoso, insertini chiptune, autotune sul finale, alla voce "true Africa Hitech": ovvero quello che avrebbero dovuto fare Pritchard e Spacek dopo Out in the Streets invece di ripiegare sulla raffinata ma solitissima ambient-techno pritchardiana.

Routes (7.2/10), il disco dello scorso anno, era una cremosa miscela di minimal deephouse, minimal electro e dub (il loro "selfconfessed homesound"), una specie di raffinata stilizzazione grime afro-dancey, con più di un punto di contatto con le rarefazioni spacey dei Kode9/Spaceape degli esordi (e una assimilazione in controluce del footwork in Talk Talk). Routes contaminava, ma era sempre Londra; Sebenza vuole gettare ponti più lunghi (come la MIA – possiamo dirlo? – dei tempi d'oro), riprende e continua il discorso, ma con meno attenzione all'ambience e il pedale pigiato sul funky e il dancefloor in senso lato.

Con i rapper sudafricani Okmalumkoolkat (vero nome Smiso Zwane, già nel singolo 2010 Boomslang, sempre su Hyperdub) e Ruffest a fare da M(aster of)C(eremonies), e i due cameo di Spoek Mathambo, la base di ispirazione è allora il kwaito, l'hiphop house di Johannesburg (nota bene: Gerv in Sudafrica c'è nato, si è spostato a Londa quando aveva sei anni, e in Sudafrica c'è tornato più volte, anche durante la lavorazione del disco), una "slowed-down garage music" per dirla con Diplo, spesso davvero indistinguibile a seconda dei gradienti di concentrazione dai suoni e i modi UK-based, se non forse per un retrogusto melodico peculiare e un bricolage ritmico a tratti splendidamente näif.

Il disco parte a bomba, con la title track e con Animal Prints, ondeggiante scansione house, rappato afroslacked e microvocine chipmunk, ed è tutto un giocare – con pezzi sicuramente non tutti con lo stesso impatto, ma è davvero questione di lana caprina – sulle omologie e le sovrapposizioni del kwaito con lo UK funky (Limb, Primus Stove) e la dance UK undeground in generale. Dalle iterazioni legnose e tribali di DL, al grime punto e basta di Zulu Compurar (assieme al singolo titletrack, l'altro vero manifesto di suono e immaginario del progetto Sebenza), al pezzo che ogni fan dei Die Antwoord dovrebbe ascoltarsi per bene e fare abiura, ovvero Nothing Like Us, alla acida dance latin e commerciale di Thatha, fino al boogie – damfunkiano – della conclusiva Uthando.

A suon di smartphone, Mac e cash, Okmalumkoolkat ci offre un miniritratto dell'occidente visto da un Terzo Mondo sempre meno terzo e sempre più consapevole e ironico, che forse ci sorpasserà da destra; ma soprattutto ci suggerisce – cyan, magenta, yellow, black – che è tutta una questione di palette: basta mescolare bene i colori giusti. Altro bel disco di sostanza, dopo Cooly G, per la Hyperdub in questo 2012.

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