Recensioni

7.3

Ottima mossa dell’italiana Rustblade, quella di unire in uno split album due realtà così lontane geograficamente eppure così affini musicalmente, producendo nell’ormai lontano dicembre 2014 questo Twin Horses. Il disco vede riuniti in un vinile colorato limitato a 299 copie la veterana Lydia Lunch accompagnata dal suo nuovo compagno spirituale Cypress Grove – coppia già reduce dal grande successo del 2010 con A Fistful Of Desert Blues – e dal nostro Simone Salvatori aka Spiritual Front. Lo split, che vede anche una versione con borsa, gadget, CD ed LP limitata a 99 copie, si compone di due metà perfettamente incastonate tra loro per quanto riguarda atmosfere ed impatto acustico: le prime cinque tracce, corrispondenti al lato A del vinile, costituiscono il brullo territorio sul quale spadroneggia l’oscuro ed acido blues della coppia Lunch/Grove, la prima sempre splendidamente decadente nei suoi monologhi gutturali e l’altro impegnato nei suoi fraseggi chitarristici in bilico tra folk e country psichedelicamente marcescenti. Un pezzo come Rising Moon è la prova lampante di quanto questa coppia sia un connubio vincente di atmosfere sulfuree, desertici paesaggi sonori ed allucinogene visioni desert blues, così come l’ottima cover di Hotel California che chiude il loro contributo alla prima parte dell’opera.

Le restanti cinque tracce del lato B sono invece affidate alla suadente ed ispirata personalità di Simone Salvatori, ultimamente sempre più presente sulle scene in veste solista con la sua calda voce insinuata tra basi campionate dal sapore western fatte di trombe languide e ritmiche blues rock. Un’aggiunta che ben convive con le atmosfere fumose ed oscure della prima parte, costruita sul cantato dark di Salvatori spalmato languidamente su arrangiamenti emozionali (My Love Won’t Fade) o wave oscura (Dear Lucifer). Un valzer dal sapore aspro e decadente (My Name Is Written In The Ashes Of Mouraria) ci accompagna a passi di danza melanconica fino alla seconda cover dell’album, L.O.V.E. Machine dei Wasp, reinterpretata in chiave blues acustica, riportando l’impatto sonoro dell’album alle stesse atmosfere introduttive, a completamento di un circolo vizioso che si presta egregiamente all’ascolto prolungato e ripetuto.

Un ottimo mezzo per perdersi tra psichedeliche atmosfere da bettola americana e focosi ed ispirati racconti dell’anima dal sapore iberico, messi in musica egregiamente da un’accoppiata (o meglio, una tripletta) di purosangue assieme in un testa a testa dove a vincere è soltanto la cupezza emotiva che tutto travalica.

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