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Contrariamente alle candidature ai Razzie Awards, che negli ultimi dieci anni lo avevano visto assoluto protagonista, M. Night Shyamalan è sempre stato uno dei registi più capaci e interessanti della sua generazione. Abile come pochi nell’unire fascino per lo storytelling e cinema fantastico, caratteristica che gli varrà la fama di “erede di Spielberg” appena compiuti i trent’anni, il regista indo-americano rimarrà per sempre scolpito nella mente del grande pubblico per aver firmato una delle pellicole più rappresentative della fine del secolo scorso: Il sesto senso. Eppure, negli anni immediatamente successivi, quelli che lo vedono legato alla Touchstone Pictures (succursale “adulta” della Disney), è stato protagonista di un picco creativo che ha veramente pochi precedenti. Basti pensare solamente a quel connubio che raramente mette d’accordo pubblico, critica e box-office: sono gli anni di Unbreakable, Signs e The Village. I 700 milioni incassati dalla pellicola del 1999 sono lontani, ma la media assestata a 300 milioni farebbe gola a qualsiasi grande produttore.

Il grande salto avviene nel 2006 dopo che, a causa di vari problemi di gestazione, Lady in the Water viene acquistato da Warner Bros. che ne intuisce il potenziale narrativo, ma probabilmente non gli dà abbastanza fiducia. Risultato? Primo (e unico, stando ai numeri) grosso flop in carriera per Shyamalan, che successivamente faticherà a convincere la critica che il suo è stato solo un brusco incidente di percorso. Nel 2008, infatti, arriva E venne il giorno (targato 20th Century Fox), che pur essendo ripagato dal pubblico, non viene trattato con i guanti da una critica che, non capendo il continuo gioco citazionistico e l’impronta di un’operazione volutamente fuori dal tempo, lo etichetta come ridicolo. Subito dopo è il turno di Paramount che sponsorizza L’ultimo dominatore dell’aria, un onesto teen-movie che riesce a recuperare le spese di produzione solamente grazie al box-office internazionale. La pietra tombale sulla relazione del Nostro con i grossi studios è però After Earth, unico film imperdonabile e quasi completamente astratto da un discorso autoriale che fino ad allora aveva mantenuto una sua riconoscibile ed encomiabile coerenza: si tratta di un film sponsor patrocinato dalla famiglia Smith (Will e il figlio Jaden erano i protagonisti) con non tanto velate allusioni a Scientology (ma anche per quest’ultimo non si può parlare esattamente di flop).

Al termine di due anni di crisi (esistenziale e nello specifico di fiducia verso un sistema produttivo asfissiante e claustrofobico), M. Night Shyamalan scende da un piedistallo che, se all’inizio sembrava sorretto da solide fondamenta di diamante, ora si rivela di vetro. L’incontro con il produttore indipendente Jason Blum (della Blumhouse Productions, ovvero la mente dietro ai successi commerciali di Paranormal Activity, Insidious e La notte del giudizio, nonché del nominato all’Oscar Whiplash), riporta il cinema del regista di Puducherry a una dimensione più artigianale, interessata più all’atmosfera surreale e angosciante di una storia, piuttosto che alla spettacolarizzazione a tutti i costi. Dotato di un misero budget (appena 5 milioni), Shyamalan regala una nuova boccata d’ossigeno al genere POV (quei film che simulano le riprese in prima persona), grazie a una personalissima rivisitazione della favola di Hansel & Gretel: The Visit.

Questo rapido (quanto banale) excursus ci riporta dritti dentro l’ultimo film di quello che può essere definito a tutti gli effetti un maestro, dotato di un talento genuino che negli ultimi tempi è probabilmente solo stato male indirizzato, e che ha ritrovato tutta la voglia e la capacità espressiva dei giorni migliori. Split è, infatti, un sottile quadro impressionistico di una mente (anzi, 23) racchiusa in un corpo mutevole e multiforme, impersonato al meglio da James McAvoy. La vera star è, però, la sua giovane protagonista: la ventenne Anya Taylor-Joy, già apprezzata nell’ottimo The Witch, riesce perfettamente nel compito di generare la perfetta e naturale empatia con lo spettatore (due grandi occhi scuri come specchio per il pubblico), nonché di catalizzare la morale di una storia che ha diverse prospettive.

La forza del film sta in un soggetto pregno quanto essenziale: tre adolescenti, le amiche Claire e Marcia, e l’introversa Casey, vengono rapite e rinchiuse in un sotterraneo da un maniaco squilibrato. La peculiarità risiede nel fatto che il rapitore, Kevin, è affetto da un disturbo dissociativo dell’identità: in lui risiedono infatti 23 personalità diverse. Come già in In trance di Danny Boyle, McAvoy dimostra una sottile predilezione per i ruoli ambigui: non completamente cattivo né altrettanto buono, riesce per tutti i 116 minuti di durata a non scadere nella macchietta di se stesso (compito non facile), e Shyamalan trova in lui l’alleato perfetto per edificare un’atmosfera giocosa e inquietante a un tempo. Il ritmo, atrofizzato e scandito da un sospiro pieno di paura, non è mai ridondante: sebbene più situazioni si ripetano, ci troviamo sempre dinnanzi a una maturazione dei personaggi tale, da consentire una “trasformazione” del punto di vista (anche grazie all’uso misurato dei flashback). Prendendo come di consueto in prestito la maschera del genere horror, M. Night Shyamalan inganna genuinamente il proprio, affezionato pubblico, delineando un sottile thriller psicologico pronto a sconfinare nel fantastico e regalando anche stavolta il suo celebre plot-twist, che non vi sveleremmo nemmeno sotto tortura.

1 febbraio 2017
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