Recensioni

Quello che da sempre mi piace di M. Ward è il suo modo di stupirmi. Lo ha fatto a inizio carriera (avviata grazie al decisivo intervento del suo mentore Howe Gelb) con dischi che sembravano apparire assieme inevitabili e marginali, come una vibrazione invisibile che d’un tratto assume una forma, il fantasma vivo di quello che esiste sotto strati di febbricitante rincorsa al domani. L’immaginario radiofonico diventava la materia con cui plasmava il suo armamentario più esotico che nostalgico, una specie di contro-retromania che alla rievocazione preferiva l’incantesimo della persistenza: le sue canzoni sembravano dirci che per quante rivoluzioni tecnologiche fossimo in grado di metabolizzare, la malìa (la magia) di certe strade quasi dimenticate conservava intatta la capacità di raggiungere l’anima, senza alcun intento celebrativo ma semplicemente sintonizzandosi su frequenze che continuano invisibili ad attraversare l’aria.
Mi ha stupito, il buon Matthew Stephen, passando dall’organizzazione di un tributo a John Fahey alla fortunata escursione pop degli She & Him (assieme alla rampante attrice/cantante Zooey Deschanel), da una cover di Let’s Dance che sembra scavarle nel cuore segreto all’avventura estemporanea del supergruppo Monsters Of Folk (assieme a Conor Oberst, Jim James e Mike Mogis). Infine – senza smettere di pubblicare con regolarità album a suo nome mai meno che buoni – mi ha sorpreso due anni fa con l’autoprodotto What a Wonderful Industry, invettiva agrodolce rivolta all’industria musicale che nel nuovo millennio avrà forse perduto la vecchia pelliccia ma in compenso ha rinnovato il corredo di vizi.
Quello che voglio dire è che in un tempo di sensazioni forti e volatili, M. Ward è uno dei pochi che negli anni ha cercato di consolidare un percorso potenzialmente radiofonico (come potrebbe non esserlo?) che all’espediente a pronta presa ha sempre preferito la pesca in acque profonde (sì, in parte lo ha fatto anche con i più leggeri She & Him). Una visione che non ha pagato granché in termini commerciali, ma di fatto gli permette oggi – con quello che salvo errori è il suo decimo album da solista – di vantare una discografia meravigliosa, con qualche picco e nessuna caduta. Sì, anche il nuovo Migration Stories – registrato in Canada assieme a Tim Kingsbury e Richard Reed Parry degli Arcade Fire – è assai bello. È un album col quale M. Ward, ancora una volta, sorprende, con quel suo modo particolare di stupire.
Gli undici pezzi – due sono strumentali – sono ispirati a storie di migrazioni contemporanee, lette sui giornali o sentite nei notiziari, ma risultano del tutto prive del tipico retrogusto retorico da “canzone impegnata”. Pur non trattandosi di un vero e proprio concept, ogni traccia è la pennellata di un quadro nel quale la migrazione assume l’aspetto di un fenomeno umano prima che politico o economico, del quale quindi è possibile intercettare le irradiazioni poetiche, invisibili ma presenti (e vive, aggiungerebbe il Poeta) nella realtà sensibile. La dimensione in cui accadono è onirica, quasi intangibile, eppure alludono a una concretezza struggente, a partire dalla opening Migration Of Souls, con quelle strofe da nenia fantasma (e sottilmente angosciosa, tanto da rievocare quelle di Dark Star di Bowie) che vanno a stemperarsi nella morbidezza notturna del ritornello. Il resto insiste perlopiù sul folk, spostando il baricentro dalle parti di quella frontiera che nell’immaginario USA prevede scenari desertici e un senso di patria tanto intenso quanto disperso (dal country pucciato in un blues ciondolante di Coyote Mary’s Traveling Show a quello snervato di archi, coretti e abbandono doo-wop – da qualche parte tra Badalamenti, Glenn Campbell e le Ronettes di Along the Santa Fe Trail, passando dalla trepidazione strumentale di Stevens’ Snow Man).
Ma le onde radio assumono altre forme, percorrono la mappa trasversali e imprevedibili, permettendosi risvolti da funky-soul contagiato wave come Independent Man (vibrazioni elettriche granulose, tastiere, sax pettinato bene e una diffusa attitudine sintetica, non lontana da certi Blue Nile) o la dolciastra, cedevole Real Silence con l’arpeggiatore, il vibrafono e i bordoni sfrangiati di synth. E se Unreal City snocciola mid tempo disinvolto come certe euforie croccanti New Pornographers, il passo da milonga di Heaven’s Nail and Hammer rimanda al croonerismo sornione e crepuscolare di un Howe Gelb ipnotizzato da spettri sabbiosi doo-wop, mentre in Chamber Music l’intimismo si accartoccia in un languore esausto Devendra Banhart, quasi a voler riassumere la centralità di una vita – di ogni vita – pur se smarrita nella vastità indecifrabile e ostile del mondo.
La baldanza agrodolce di Torch e il breve intreccio strumentale di Rio Drone (qualcosa del Jim O’Rourke in fregola John Fahey) chiudono un album intenso e coeso, essenziale ma generoso di risvolti e increspature che si rivelano con gli ascolti. Un disco cruciale malgrado l’apparente leggerezza. E sorprendente, in quel modo riposto e inafferrabile che ha M. Ward di stupire.
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