Recensioni

7.7

È bastato poco più di un mese dopo l'uscita a luglio perché la stampa internazionale si scatenasse intorno a quest'album, tutti (quasi) unanimenente concordi nel porlo tra i dischi dell'anno ma ognuno a inquadrarlo in modo differente: tra chi l'ha definito l'Untrue del footwork (!) e chi un album dall'anima pop (!!), passando per derivazioni breakbeat, stepping e dance di ogni sorta, oggi urge sicuramente fare un po' d'ordine.

Certo, lui è Travis Stewart, uno che ha le mani in pasta in tutte le più interessanti evoluzioni elettroniche moderne. Uno che da dieci anni scatena un polverone ogni volta che si fa sentire: da quel Now You Know del 2001, che ha praticamente traghettato l'idm anni '90 nel nuovo millennio, è stato un susseguirsi di sperimentazioni ambient lungo tessuti abstract hip-hop, fino ad arrivare al 2010 e al progetto Sepalcure, vero e proprio laboratorio di ricerca post-dubstep messo in piedi nella Hotflush di Scuba. Con quest'ultimo Room(s) il girovago Machinedrum di fatto tira le fila delle sue espressioni e realizza un multifacciale anello di congiunzione tra juke, future garage e soulstep, uno di quei dischi avant che toccano disinvolti l'intero ventaglio di ibridazioni electro moderne e rendono naturali le discordanze interpretative.

Partiamo dalla questione più spinosa, ossia il footwork. Che le mosse intraprese dai vari DJ Nate, DJ Rashad, DJ Diamond presto o tardi avrebbero trovato il perfezionamento formale era largamente prevedibile, ma quel che conta è la modalità: con tracce come GBYE e Come1, Machinedrum applica l'approccio cut'n'loop alla materia 2-step UK garage, raggiungendo la sintesi dei tempi ritmici e lasciando che i due pezzi dell'incastro si migliorino a vicenda. L'imprinting dance britannico ne esce potenziato dalla muscolarità importata da Chicago mentre il juke, da artificio musicale da strada, diventa nobile breakbeat con grandi potenzialità di ascolto (e headbanging annesso). Ciliegina sulla torta, Youniverse fa tesoro dello zeitgeist e sfuma il tutto su frammenti soul e divertissement Jamie XX. E il cerchio si chiude.

È dunque presumibile che il footwork abbia trovato il suo nord, ma Room(s) non va considerato un album-manifesto perché è anche (soprattutto) tante altre cose. È l'alta definizione dell'ellissi post-dubstep, che supera la deepness UK bass ma non esagera in lallazioni. Stewart parte da un fondo di reminescenza jungle breakbeat (U Don't Survive), passa attraverso le cornici soul del primo Burial (She Died There), raggiunge SBTRKT e lo supera dalla corsia centrale, non cedendo all'infatuazione melodica e restando saldamente dentro la bolla step (Lay Me Down, essenza soul e attitudine dance tenendo comunque lontana la pista di Katy B).

Non sarà l'album epocale che vogliono farci credere (non con James Blake e SBTRKT alle spalle, quantomeno), ma il meccanismo è solido e conquista il baricentro della scena attuale, sfoderando una tecnica invidiabile e offrendo al contempo materiale che dura nel tempo: come Now U Know Tha Deal 4 Real, jungle meets ambient meets r'n'b-soul, con produzione monumentale e tuffo al cuore immediato. Il nuovo testamento per la generazione dei soulsteppers è tutto qui, ora si attendono le reazioni.

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