Recensioni

4.5

Durante la presentazione del singolo Medellin (con il feat. del colombiano Maluma) Madonna aveva chiarito la genesi del titolo del quattordicesimo disco da studio: «Madame X è un agente segreto. Viaggia per il mondo, cambia identità, combatte per la libertà e porta la luce nei luoghi bui. È una ballerina, una professoressa. Un capo di Stato. Una signora delle pulizie. Una cavallerizza. Una prigioniera. Una studentessa. Una madre. Una figlia. Una maestra. Una suora. Una santa. Una prostituta. Una spia nella casa dell’amore. Sono Madame X». Madame X – si apprende sempre da quella conferenza stampa – «si ispira a un episodio della sua giovinezza in cui, una Madonna di 19 anni, si presentava alle lezioni di Martha Graham, lasciandola ogni volta di stucco perché riusciva sempre a cambiare look e giocare secondo regole che nessuno conosceva».

La tattica non stupisce oggi, in quanto è la stessa che Veronica Ciccone ha usato lungo un’intera carriera: un continuo cambio di prospettiva in linea con la moda del tempo. Turbocapitalismo musicale per monetizzare su una figura vagheggiata che non ha eguali nel mondo del pop, ma che con il passare del tempo mostra sempre di più la sua essenza di simulacro utopico: l’archetipo della pop star immortale che non invecchia mai (e che balla e manda tweet “provocanti” anche a sessantun anni). Negli anni ’80 è stata material girl, nei ’90 è passata al salutismo post-new age con Ray Of Light, nei 2000 torna in pieno revival ABBA a ballare sulle piste con Confessions On A Dancefloor, e molte altre mutazioni più o meno riuscite. E oggi? Il decadimento dovuto alla vecchiaia non s’arresta.

Alcuni ingredienti incoraggiano: inevitabile l’uso del reggaeton per intercettare le generazioni più giovani (Bitch I’m Loca con Maluma, forse una delle meno peggio), qualche puntatina di dance (il tocco di Mirwais in I Don’t Search I Find, il brano più bello del disco) e la grazia pop di Madonna su un reggae coinvolgente (Future, con il featuring di Quavo, l’unico pezzo che ricorderemo dei 15). Fin qui tutto bene, ma purtroppo sono solo questi i tre pezzi decenti. Il resto rasenta il ridicolo: il richiamo allo schiaccianoci-meets-Wendy Carlos con un vocoder che dovrebbe far ridere ma che invece è a dir poco penoso (Dark Ballet), il mix con il portoghese – nuova patria d’adozione à la page – imbarazzante, con una sorta di testo che racchiude i peggiori luoghi comuni lusitani (Faz Gostoso), la ballad stanca (Crazy), il poppettino vocoderato in cassa dritta pronto per il remix (Come Alive), l’incursione nella musica orchestrale con un pout-pourri che mescola coro operistico, chitarre in levare e ricordi à la Around The World (God Control), e molto altro che scatena lo skip compulsivo.

Ma è nel patchwork kitsch-world-music da cameretta Extreme Occident che emerge il significato della proposta di Madonna oggi. In questo brano, dopo qualche dichiarazione pseudofilosofica di perplessità, nel testo esce la spocchia che da sempre contraddistingue la parabola della regina del pop: «I’ve got the right to choose my own life». Come a dire: non rompetemi con analisi o pippe mentali. Sono ormai nella condizione di poter fare quello che voglio. Che è la condizione dell’anziano. E allora lasciamola fare, prendere cantonate e continuare a provocare. Ne abbiamo ancora bisogno? No. Se fosse meno ambiziosa si potrebbe pure compatirla, ma con quest’aria da “reina” ha decisamente stancato.

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