• Gen
    19
    2018

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Snowdonia, La zona

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Un disco dei Maisie non è mai un semplice disco. Nel loro caso non valgono le regole del gioco imparate in anni di mestiere, le categorie stilistiche canoniche o i giudizi sommari, perché quello che la band propone è spesso un corrosivo racconto dei nostri tempi formalizzato da un approccio alla scrittura nei paraggi dell’arte contemporanea. I Maisie sono, per la canzone classicamente intesa, quello che gli Skiantos potevano essere per il punk: un sontuoso fregauncazzo collagista, performativo, angolare e, nello specifico di questo disco, infarcito di critica sociale, surrealismo naïf, una certa teatralità e ottime capacità musicali. Un atteggiamento zappiano lontano dai cliché e autarchico fino al midollo, che sbriciola l’inconsistente necessità del Santo Graal dell’hype attraverso il recupero di un immaginario popolare/kitsch nostrano – riletto abilmente grazie a un’intelligente ironia, ascoltatevi ad esempio la Che Fico! compresa in tracklist, cover di un noto brano cantato da Pippo Franco nel 1982 – e ispirazioni musicali basse e alte mixate sapientemente.

Per capire meglio un Maledette Rockstar che arriva a nove anni dall’ultimo album pubblicato dai Nostri (quel Balera Metropoliltana recensito su queste pagine da Stefano Solventi), sotto forma di due CD, 31 brani e ben 148 minuti di musica, bisogna poi considerare chi ci sia dietro ai Maisie: da un lato la brava Cinzia La Fauci, dall’altro l’Alberto Scotti autore di quasi tutti i brani, uno che nel suo frequentatissimo profilo Facebook mescola sarcasmo, bacchettate alla politica, divertenti analisi dei fenomeni di costume e dei fatti di cronaca, gaudente sollazzo e un rispetto per la cosiddetta cultura di serie B che spiega molto anche dell’immaginario dietro agli stessi Maisie. Una sociologia applicata al reale che gioca con i punti di osservazione e ritorna anche in questi brani perfettamente calati nell’attualità, in cui la citazione diventa vero e proprio depistaggio (le varie Dio è morto, Siamo solo noi, La canzone di Marinella e via dicendo che trovate tra i titoli, non sono QUELLE canzoni) o magari una storpiatura di contesto voluta che ha quasi un che di psichedelico, nel suo essere consapevolmente fuori luogo.

Nella loro personalissima rappresentazione degli orrori quotidiani, i Maisie picchiano come dei fabbri, optano per la cronaca (nera) a discapito della poesia e non fanno sconti a nessuno: dalle rockstar miliardarie (una title track efficacissima con versi come «Maledette rockstar, che mi fate ballare anche se non voglio, e appena mi distraggo, mi rubate il portafoglio», il mito del live fast, die young motteggiato da Io sono una rockstar, una ironica Aria dedicata ad Alan Sorrenti, il Ligabue maniaco e mostruoso della delirante e visionaria Certe Notti) alla religione («Dio è morto! Ah, che perdita signora Madonna, ora però cerchi di farsene una ragione, le giuro che le organizzerò un funerale, da far schiattare di invidia Maometto, Visnù e tutti quegli altri dei da burletta», recita Dio è morto), dalla politica (una chilometrica Saggio breve di straordinaria sagacia sul rapporto tra la “sinistra” italiana e i suoi elettori tra il 1994 e il 2003 che ironizza su certe scelte “progressiste” giustificate agli occhi degli elettori con l’infantile «Se non ci votate torna Silvio!», una Folkpolitik in cui Niccolò Ghedini, Sandro Bondi e Vittorio Sgarbi vengono torturati da un “moderno Marchese de Sade” con base ad Arcore a colpi di candele, tenaglie e…falce e martello) ai personaggi pubblici (la strumentale Dottor Marchionne, mi dispiace doverle comunicare che il suo tumore è maligno: le restano al massimo due settimane di vita o magari la cinica e quasi lynchiana L’atroce vendetta del nanetto Pingping, in cui l’assassinio in diretta di Barbara D’Urso fa impennare lo share televisivo).

Impossibile citare tutto il materiale testuale in questa sede, come è impossibile fornire un quadro esauriente di una parte musicale vastissima e schizoide che macina prog, rock, psichedelia, cabaret, elettronica, musica contemporanea, no wave, funk, folk, cantautorato e mille altri generi, grazie anche alla collaborazione, a volte persino in fase di scrittura, di valenti musicisti come Andrea Tich, Antonio Gramentieri, Bruno Dorella, Carmen D’onofrio, Donato Epiro, Claudio Milano, Fabrizio Modonese Palumbo, Emiliano Rubbi (se volete l’elenco completo dei numerosissimi ospiti, potete consultare la nostra pagina album). Una ricchezza formale che nasconde in realtà una complessità di contenuti difficilmente decifrabile al primo ascolto: in questo senso, Maledette Rockstar ha sicuramente il pregio di costringere il potenziale pubblico a confrontarsi con un lessico che richiede un’interazione attiva nell’interpretarlo, un prendersi il giusto tempo mettendosi in gioco, e non solo strizzare l’occhio a un retroterra musicale ben noto, condiviso e istintuale.

Appurate le categorie formali a cui fare riferimento, non rimane dunque che rapportarsi alle stesse per capire se questo disco dei Maisie sia riuscito o meno, ovvero se sia in grado veicolare efficacemente tutta la sostanza – ed è tanta – che ci si trova dentro. L’effetto finale è certamente affascinante e straniante al tempo stesso, un po’ come un’indigestione di quadri di Grosz o di opere targate Fluxus, e la conclusione a cui si arriva è che ci sia davvero poca musica in giro che possa vantare un tale livello di creatività e azzardo. Se è vero che non tutti i brani ci sembrano taglienti allo stesso modo (ad esempio, episodi come Il ragazzo della via Adriano o Madama Dorè hanno un impatto minore rispetto a tracce iconoclaste come Gesù o dadaiste come Ruderi e macerie #3 e Un programma politico sintetico, inefficace ma divertente), è vero anche che non siamo sicuri che lo scopo finale della band fosse solo quello di costruire un disco “politico”. Ci pare plausibile una lettura del materiale più trasversale, come se ci si trovasse davanti a un’opera teatrale d’avanguardia in cui è la prismatica multilateralità del linguaggio scelto il vero messaggio, e non solo il contenuto dei testi. In questo senso, Maledette rockstar è, oltre che il miglior disco dei Maisie, anche un lavoro prezioso su cui musicisti e critici musicali dovrebbe studiare.

19 Gennaio 2018
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