Recensioni

La traiettoria tracciata da Diplo, partito come producer underground e arrivato allo status di celebrità dell’EDM su scala globale, può riassumersi in pochi punti essenziali, senza il rischio di dover enumerare la miriade di progetti in cui è stato coinvolto negli ultimi anni. Il primo, fatidico, è sicuramente l’incontro al Fabric con l’ormai ex ragazza M.I.A., nel 2004, dove la già lanciatissima artista dello Sri Lanka approcciava in console un DJ della Florida alle prese con i suoi primi singoli. Da li, l’incontro con l’altro produttore di M.I.A, Switch, la cui collaborazione fruttò, fra le altre, la fortunata Paper Planes. Poi in serie: nel 2009 debutta il progetto jamaican grass-roots con Switch, Major Lazer appunto, con quella Pon De Floor ripresa poi da Beyoncé l’anno dopo per il beat di Run The World (Girls), e il gioco era bello che fatto.
Riassunto striminzito ma esplicativo che spiega, oltre al successo e la domanda sempre crescente per il Diplo produttore, anche le tante critiche di inautenticità affibbiategli e quella bollatura da ‘imperialista’ dell’EDM, più preoccupato a importare suoni da paesi lontani e rivenderli a peso d’oro alle pop-star occidentali che a costruirsi una solida credibilità artistica. E Diplo ha cavalcato l’onda, continuando a lanciare nuovi trend e creare crossover, come accadde con la transizione della trap music nell’elettronica da dancefloor da lui fomentata nel 2012 e qui affrontata di petto soltanto in un episodio. Così nel secondo disco, dopo la fuga di Switch per ‘differenze’ artistiche, il comando è in solitaria mentre a corte arrivano ben 29 ospiti.
Innanzitutto, palpabilissima la transizione da produzione cutting-edge a un approccio più radio-friendly da heavy rotation, attento a non lasciare fuori tutto quello che va di moda adesso in casa Mad Decent. Poi, e qui si entra nel territorio caro a Diplo in questo momento, il tentativo di popolarizzazione del moombathon, cioè house beats + reggaeton, suoni che inevitabilmente invaderanno il mainstream e i dancefloor estivi con tracce come Jet Blue Jet, Watch Out For This (Bumaye) ma soprattutto Jah No Partial (feat con un altro produttore caldo del momento, Flux Pavillion), che incorpora anche elementi ravey e bass drops dalle parti del Rusko più esagerato.
Diplo va a pescarsi due nuovi collaboratori in cabina di regia: Jillionaire (dal Trinidad & Tobago) e Walshy Fire, un po’ per rimpiazzare Switch ma anche per dare la giusta spinta “world” al progetto. Ecco quindi che, parlando di “world”, spunta anche magicamente il nome di Ezra Koenig dei Vampire Weekend, che canta nella reggae-jam Jessica. Il pezzo, sfortunatamente, è pressoché dimenticabile, così come le collaborazioni con Peaches (la drum’n’bass rispolverata di Scare Me) e Shaggy, che potenzialmente avevano carte migliori da giocare. Il range di nomi chiamati a collaborare varia da personalità indipendenti (Danille Haim, Amber Coffman) fino a nomi grossi del music business quali Bruno Mars. Il cantante hawaiano è qui impegnato insieme a Tyga e Mystic nel numero più ridicolo (ma catchy!) dell’intero disco, Bubble Butt, una pezzo trap caramelloso nello stile di Salva ma anche Baauer.
Free The Universe, nel suo casino monumentale, è poco più di un grosso minestrone di generi e stili differenti, tutti conditi da un profumo vagamente jamaicano (Wind Up con Elephan Man e Opal la più genuina) ma, anche se registrati nei locali Tuff Gong Studios, imbastarditi dalla voglia di Diplo di voler piacere a tutti i costi a un target relativamente molto giovane. Una mossa commerciale più che uno statement artistico, quindi, anche se una manciata di club bangers valide non mancano in collezione. Il contrasto tra il rocksteady morbido (e con un testo abbastanza politico) di Get Free e un pezzo totalmente spensierato e frenetico come Jah No Partial è solo l’emblema di un lavoro che lamenta sbalzi di qualità e coesione evidenti, viaggiando tra alti e bassi senza raggiungere la meta prevista dal suo ideatore. Oppure tutto il contrario, questo disco funzionerà perfettamente per Diplo, aumentando la sua già smisurata popolarità. Rimarrà il produttore del momento, ma Free The Universe è lungi dall’essere il suo apice.
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