• Feb
    23
    2018

Album

Rocket Recordings

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Comincerei dalla fine per parlare di questo nuovo passo discografico dei Mamuthones. Da quella Here We Are che sembra gridare al mondo la propria esistenza, se ce ne fosse ancora bisogno, ma forse anche sì, almeno qui a casa nostra dove siamo campioni nel non far di nessuno profeta in patria. Come se quel mega-trip ipnotico che prende e rende oblunga una forma di psichedelia che sembra un “giro del giorno in ottanta mondi”, tirando in mezzo il gamelan balinese come le forme di post-funk-punk bianco che gironzolavano nell’Inghilterra di poco pre-thatcheriana, un mantra da ripetersi in loop all’infinito come le scorribande primo-secondo-terzo-quartomondiste targate Ze Records et filii tutti, fosse un’istantanea ideale della formazione.

Roba che manda in pappa il cervello al punto che si premerebbe replay all’infinito; al punto che se ci fosse la possibilità di scegliere una sola traccia da ascoltare ad libitum post-mortem, questa probabilmente sarebbe una del ristretto novero da cui scegliere; al punto che conclude un lavoro ricollegandosi alle origini del suono della formazione, nonostante questo Fear On The Corner sia una sorta di nuovo inizio, una nuova fase nel percorso della formazione di Alessio Gastaldello. Una fase che prende molto da quel terzo o quartomondismo accennato sopra, che abbandona le mai troppo ben definite coordinate occulte del calderone IOP per aprirsi, allargarsi, superare limiti e confini, spazio e temporali: The Wrong Side è un David Byrne giovane che scopre la no-wave newyorchese, mentre Alone sembra un contraltare da incubo virato verso oriente, giusto per dare due coordinate.

Un disco elaborato e complesso, composto guardando, come suggeriscono nella press release per decrittarne il titolo, a quella Fear che era Of Music talkingheadsiana e a quell’On The Corner che era il tributo milesdavisiano alla reiterazione, ma trasponendo tutto sul piano di una sorta di kraut-disco era to come che ce li restituisce groovey e rotondi, sculettanti e iridescenti, ma con un ben evidente taglio socio-politico che riprende quel titolo e lo declina nella triste attualità di un nord-est italico metafora di un occidente intristito e incupito su se stesso e sulle sue paure. Sempre dietro l’angolo, ma mai come ora pronte a presentarcisi davanti. Meno male che c’è la musica a ricordarci che il mondo, primo, secondo, terzo o quarto che sia, è un gran bel posto.

26 Febbraio 2018
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