• Gen
    01
    2010

Album

Boring Machines

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Avevamo apprezzato i primi vagiti dell’entità Mamuthones in The First Born, collaborazione con Fabio Orsi targata A Silent Place, 2008, e ora Sator conferma la bontà del progetto. Dietro il nome preso in prestito dal folklore sardo si cela Alessio Gastaldello, cofondatore e transfuga dei Jennifer Gentle, multistrumentista abile e dall’armamentario di tutto rispetto: rhodes, farfisa, fingerpiano, flauti, chitarre, percussioni, rumori e quant’altro.

Prendendo il nome dalla più misteriosa delle incisioni romane, l’album non può che essere un monolite nero (come da splendido packaging): musiche ipnotiche e inquietanti, kraute e cosmiche di default, liquide e ossianiche, sempre ammantate da una coltre di sinistri rimandi a tessiture criptiche e trance-inducing nonché spesso guidate da un tribalismo sciamanico da foresta nera. È pregno di spiritualità, Sator, e ci si meraviglierebbe del contrario, viste le premesse. Quella di Mamuthones è però una spiritualità atavica (e pre-umana) che è anche in grado di giocare con la réverie, con stati di (in)coscienza alterati, con dinamiche vuoto/pieno non banali, con slanci chiesastici che si fondono insieme ad un forte immaginario pagano.

Un album che fluttua, privo di vincoli e restrizioni di genere, attraverso un magma di musiche ancestrali e misteriose perse nei meandri del passato dell’uomo, proprio come ad una antichità infinita – grado zero della civiltà – rimanda il nome stesso scelto per il progetto. Se Dio fosse pagano, questa sarebbe la colonna sonora della sua esistenza.

24 Gennaio 2010
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