Recensioni

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Lo scorso X-Factor si chiudeva con la vittoria un po’ a sorpresa di Lorenzo Licitra, tenore belloccio con in dotazione un inedito francamente imbarazzante: In the Name of Love si barcamenava indeciso tra il plagio evidente (un po’ di Coldplay e un po’ di Linkin Park taglio The Catalyst) e lo scialbo anonimato; a un anno di distanza il bel Lorenzo è più papabile per Chi l’ha visto? e nel suo account Instagram abbondano le fotine con sguardo pensoso e sofferto condito da hashtag interlocutori come #staywithme e #happy. Di fatto già durante la finalissima di quell’edizione nessuno aveva dubbi su quali fossero i vincitori morali di X-Factor, e lo strascico di singoli, tour polemichette annesse dei mesi seguenti l’ha confermato generosamente. 

È sempre il caso di esplicitarlo: frustare i Maneskin additandoli come un fenomeno costruito a tavolino, come dei ragazzini arroganti accartocciati sui loro vacui atteggiamenti da rockstar, come forieri di un’esuberanza dekadent che vorrebbe disperatamente essere ruock ma non lo è affatto, ed è pure in ritardo di un ventennio buono, ecco tutto questo ha davvero poco senso. Indignarsi e arrabbiarsi e scagliarsi contro l’establishment radiofonico che ci propugna sempre le stesse plasticosissime cose, insomma anche basta. Perché è talmente evidente che i quattro sbarbatelli romani sono esattamente tutto questo, che risulta tremendamente ingenuo prendersela sinceramente. 

Quindi via le torce e i forconi, e pazienza se anche questa volta pioveranno le condanne per aver contribuito, con recensioni come questa, a dare visibilità agli ennesimi pupazzi. Ne siamo certi, i loro prossimi tour andranno «completamente sold-out» anche senza di noi. E del resto è proprio X-Factor che va guardato e vissuto esattamente per quello che è (e che sono i talent), ovvero un intrattenimento fine a sé stesso, il prosieguo dei reality di inizio millennio. Può rappresentare un guilty pleasure assolutamente innocente se relegato al palinsesto d’intrattenimento contemporaneo. Ha poco senso prendersela con questi quattro se fanno gli Iggy Pop senza averne neanche lontanamente il talento, e se giocano con tutti i cliché riesumati dalle ultime vestigia di una maniera ormai ampiamente decomposta (dal trasformismo sessuale ad un dannatismo surgelato da supermarket). Ma davvero pensiamo che Iggy Pop sarebbe andato a X-Factor?

Il Ballo della Vita è un primo punto d’arrivo di un laccato prodotto con l’adesivo «made in X-Factor» appiccicato in bellissima vista. Tant’è che il nome alle spalle è proprio quello di Fabrizio Ferraguzzo (direttore musicale del talent di Sky e produttore di nomi “underground” come Fedez, Giusy Ferreri e Alessandra Amoroso). Con tutta questa sbrodolata introduttiva intendevo forse fabbricare le premesse per una consapevole promozione del disco, che può essere un godibile oggetto di consumo per un intrattenimento spensierato? No, perché resta un album mediamente scarso anche con le migliori intenzioni. Si percepisce sullo sfondo una viva e vibrante confusione su dove andare a parare, pur nelle certezze stilistiche di fondo. A cominciare dalla non scelta della lingua da seguire, equamente oscillante tra inglese e italiano. Ma anche i capisaldi evidenti risultano talmente insistiti da risultare forzati: va bene la trovata di questa Marlena ad incarnare l’ispirazione (?) del gruppo, ma a forza di nominarla in metà dei pezzi in scaletta si finisce, per dirla à la Maionchi, con il «rompere i maroni, oh»; e poi un eclettismo musicale così esibito sembra sia voler lasciare aperta qualsiasi strada, sia ostentare una duttilità che resta però, così, confinata alla pura e semplice masturbazione. C’è la ballatona strappamutande con crescendo importante a suon di archi liofilizzati (Marlena), la spagnoleggiante para bailar (L’Altra Dimensione, semplicemente orripilante), il cavallo da live (Fear For Nobody con quel tandem di basso e grancassa danzereccia vagamente rubacchiato a Seven Nation Army), la svisata trap cafona (Immortale con Vegas Jones), addirittura il bignami dancehall per quelle due sculettate che non guastano mai.

TUTTI i giri sembrano inventati dall’algoritmo – perfettamente funzionante, va detto – alla base di un ipotetico generatore automatico di riff di John Frusciante (sentire Lasciami Stare per credere), ma la sporcizia di quel funk alla base del matrimonio mut(u)ante chiamato crossover è completamente annacquata in una produzione talmente cristallina che se si ascolta il disco in streaming spesso sembra che sia iniziata la pubblicità, anziché un nuovo pezzo. 

Restano da capire due cose: c’è del buono in questi quattro bambolotti? Assolutamente sì, e al di là dei fin troppo facili snobismi, chiunque li abbia visti esibirsi live già ai tempi di X-Factor è difficile che possa negarlo; chiaro che finché la strada procederà sui binari tracciati dal carrozzone del talent, sarà difficile emancipare il talento dallo smalto patinato, e il buon Damiano probabilmente rimarrà al palo (stavolta non necessariamente da lap dance). E ancora, a chi si può rivolgere una proposta del genere, in tempi di trap e Soundcloud rap così diffusi tra i giovanissimi? Forse proprio a quelle recenti generazioni troppo acerbe e ingenue per decodificare l’operazione di recupero di questa maniera, riesumata e rinfrescata con un processo di imbalsamazione tanto perfetto quanto evidentemente fuori tempo massimo. Ma se è vero che la musica pop è un grande maiale di cui non si butta via niente, allora riproporre cose già straviste a chi è troppo giovane per conoscerle può risultare una mossa indovinata.

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