Recensioni

Ciò che rende il primo disco solista di Mara Redeghieri un ottimo disco, oltre all’evidente creatività alla base del materiale, è il punto di vista che assume l’artista per esprimersi. L’ex frontwoman degli Üstmamò allinea undici brani che raccontano storie un po’ come lo si farebbe a teatro, calcando la mano sulle espressioni del volto, i significati delle parole, il tono della voce e il linguaggio, le scenografie (musicali), ma anche una certa ironia di fondo nel trattare temi serissimi.
Da qui si arriva a un brano come l’introduttivo Augh, che è un po’ la cartina tornasole dell’album, oltre che il primo singolo estratto: si scopre dunque che il capitalismo ha generato cavernicoli incapaci persino di coniugare i verbi («noi avere casa, lavoro, badante cameriere, un bypass nel cuore e un piccolo tumore / quindi noi avere tutti i diritti di godere / noi volere bene a badante cameriere, come a nostro cane, a seconda dell’umore») e interessati esclusivamente al potere e al denaro, in una metafora del conflitto sociale sostenuta da tribalismi in stile M.I.A.. Oppure a una UomoNero che parla di immigrazione sviluppando il testo attorno alla parola “nero” e a un contrapporsi di punti di vista tra autoctoni («ecco che arriva l’uomo nero / faccia nera di cioccolata / ecco è arrivato l’uomo nero / nero di seppia in nera giornata / cielo nero, umore / giorno nero / gatto nero / bestia funesta / pecora pulcino» su un’intuizione inquieta di post-trip hop) e uomini in cerca di speranza (gli archi che accompagnano versi come «rannicchiato in barca / nella notte scura / sempre più frastuono del mare che urla / trema uomo nero / le onde crudeli / portano lontano in un posto strano / le sue genti come le tigri»).
Eppure è tutto il disco a rivelare una grande sensibilità e al tempo stesso un approccio alla materia coraggioso e che non rinuncia a un “sopra le righe” – musicale e testuale – quasi rodariano nelle rime, bambinesco in certi toni – come rivela anche il video di Augh – ma premiato da una grande originalità. E allora il funk à la David Byrne di sTrump per motteggiare il nuovo presidente degli Stati Uniti, una Cupamente reggae e swingante al tempo stesso che immagina l’avarizia come una sindrome da Zio Paperone aggiornata all’attualità («un deserto al posto del giardino / un lucchetto per ogni stanzino / tutto chiuso e ben sigillato / sotto vetro dentro un carrarmato»), i bellissimi testi poetici recitati a tre voci in Nella casa e in solitaria in una title track in bilico tra Bristol e certi archi potenti, l’amore intergalattico, visionario e metaforico di Romatica Siderale.
In questo lavoro Mara Redeghieri è al tempo stesso dentro (soprattutto per alcuni dettagli ritmici) e a chilometri di distanza dagli Üstmamò, immaginiamo anche grazie alla collaborazione dei moltissimi musicisti chiamati a condividere questo ritorno (anche in termini di scrittura). È in questo disco, tuttavia, più che in brani ormai noti come Memobox, che ci pare di intuire la vera personalità dell’artista, qualcosa a metà strada tra le trasparenze del cristallo, le poesie di Alda Merini, lo slancio di un cipresso e una fotografia ingiallita dal tempo. In tutti i casi, un graditissimo ritorno.
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