Recensioni

6.7

Avvezzo a trafficare con la decadenza e le trascrizioni poetiche in un cantautorato sui generis, Marc Almond coglie l’occasione di far tutt’uno lavorando qui su poesie di Eric Stenbock con il compositore Michael Cashmore, stretto collaboratore di quel David Tibet che (ahem…) benedì inconsapevolmente il progetto, regalando all’ex Soft Cell un volume di scritti del conte Stanislaus Eric Stenbock edito dalla sua Durtro. Attrazione fatale e istantanea sia tra i due che verso il poco noto poeta, poiché Mark allestiva una performance alla Queen Elizabeth Hall nel 2008 coi Current 93 e a lungo scambiava file sonori per via telematica con Cashmore, domiciliato a Berlino.

Non ne risente la compattezza di un album da fruire nell’assieme improntato a un romanticismo torbido d’ambiguità, lungo il quale Almond – mai prima così devoto a Maestro Scott Walker e al giovane Brian Ferry – poggia la perfetta padronanza dei propri mezzi vocali sui rigogli d’archi e corde, piano ed elettronica concepiti da Michael. Idea stimolante sulla carta e tuttavia la seduzione iniziale lascia spazio a un eccesso di uniformità, a una proposta che in un’ora smarrisce pian piano incisività e forza persuasiva per divenire puro estetismo. Consegnando così un disco coraggioso, mediamente riuscito quantunque piuttosto monocorde.

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