Film

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Peccato! Ci avevo sperato, creduto. Lo giuro! Lo so, stupido io a farmi abbindolare ma che ci posso fare, in questo periodo sorrido parecchio! (500) giorni insieme (500 Days of Summer), di Marc Webb ha un solo reale problema: è troppo di Marc Webb. Mi spiego, si percepisce sin dal’inizio il potere catartico e terapeutico di tutto il film, opera dell’esordiente Webb, che viene dai videoclip. Che sia suo il bisogno o dei suoi scrittori non lo so né mi interessa ma il film è, evidentemente, il frutto di un lavoro di pulizia e affrancamento.

Sin dall’inizio, con la dedica a una “stronza” che si può immaginare che cosa gli abbia fatto, attraverso poi la battuta dell’amico per la quale si deve fare come Miller e rendere la delusione amorosa letteratura e infine attraverso il ripetuto concetto quasi manzoniano della porta che si chiude e del portone che si apre, si capisce che qualcuno dalle parti di Los Angeles ha il cuore infranto e si è detto: “Beh, lo sai che c’è, io scrivo tutto!”.

L’autobiografismo di (500) giorni insieme, la personale visione del mondo che fa credere che si troverà prima o poi qualcuno che la pensi allo stesso modo, è il limite maggiore di un film divertente, fresco e solare. Se Federico Fellini raccontava se stesso e faceva Cinema, Marc Webb racconta se stesso e fa: “mammamia quanto mi piacciono i film del Sundance”! Mi spiego. Ovviamente il paragone con l’Autore italiano è vano, non mi sono bevuto il cervello per il momento, ma questo film ripiega la mancanza di un sentimento e di una scrittura degna sul mezzo tecnico, sul montaggio, sulle alternanze stilistiche, sulla trovata del conto dei giorni e, assolutamente, sulla colonna sonora.

Andiamo con un po’ d’ordine. La colonna sonora è un insieme di memorie, gioie e dolori per tutti quelli che sanno qualcosa di musica. L’incontro tra Tom e Summer in ascensore, mentre lui sta ascoltando There Is A Light That Never Goes Out degli Smiths ha, per me, del mitologico, del “benvenutinelmondodeiricordidiAldo” ma non basta! Arrivano Here Comes Your Man dei Pixies e Bad Kids dei Black Lips così sbotto, salto sulla poltroncina e inizio a urlare “PENE, PENE, PENE!” (citazione dal film, s’intende!).

Il film, apprezzato al Sundance e ben anticipato da un bombardamento mediatico tra social forum e banner internet ha tutto per conquistare il suo pubblico e dispone una dietro l’altra sequenze da copiare e rifare. Fingere di abitare all’Ikea, andarsi a innamorare in un karaoke, sbroccare tra alcool, amici che ti conoscono da sempre e con la canzone giusta in cuffia, sono macrosituazioni, elementi di una riconoscibilità precisa, specifica e ammiccante. Buone un po’ per tutte le età. Ok! Un filmetto. Ok! Sono troppo vecchio per certe cose. Eh no! Perché a un certo punto cercano di farmi capire che le cose capitano, che è inutile farsi promesse, che le coincidenze ci governano e lì i personaggi si sgretolano, si polverizzano in frasi senza senso, scomodi pensieri dalla profondità paragonabile al Bergman citato nel film. Già, perché si fa anche un po’ di metacinema qui, si cita, si copia e rifà.

Il finale rovina tutto quello che, durante il film, di buono è stato fatto. Affrettata, improbabile e fastidiosa. Consiglio di procurarsi la colonna sonora e di andarlo a vedere solo se avete una storia d’amore che sta prendendo il volo, se siete liberi e volete restarlo o se, come Syd e Nancy, non ve ne frega niente di niente!

1 Gennaio 2010
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