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7.5

Era il 2011 quando i danesi Iceage, armati di una dozzina di sporche e violente canzoni capaci di far sanguinare le orecchie, facevano irruzione nella scena punk scandinava. Nei quattro anni che seguirono il loro debutto New Brigade, i giovanotti di Copenaghen, guidati dal fascino dannato di Elias Bender Rønnenfelt, non vollero saperne di arrestare la loro trionfale marcia. I due capitoli discografici successivi, You’re Nothing e Plowing Into the Field of Love, insieme alle polemiche scaturite in seguito ad atteggiamenti politicamente poco corretti (vedi la vendita di coltelli durante i concerti e l’utilizzo sfacciato di un’iconografia un tantino filo-nazista), riuscirono quindi a metterli alla guida di una nuova interessante scena (post)punk scandinava, che dopo i giorni di gloria segnati Refused, riusciva finalmente a spingersi ben oltre i troppo-stretti confini in cui era relegata.

Bisogna però fare un salto indietro ai giorni di New Brigade per andare a recuperare Marching Church, la creazione pensata e voluta da Rønnenfelt per smarcarsi dall’ordigno a orologeria Iceage, rimasta in stand-by per anni e che oggi prende finalmente forma. La scusa è un’immagine prodotta dalla mente del Nostro, nella quale egli stesso si vedeva “seduto in una comoda poltrona, ornato in abito oro, mentre guidavo la mia band e ordinavo a una ragazza di versarmi dello champagne”, un’immagine che è diventata ben presto una sorta di ossessione, sulla quale Rønnenfelt ha cominciato a cucire musica “nuova”, distante dal punk demolitore della band di origine.

Ecco quindi che al progetto cominciano ad approdare alla spicciolata membri provenienti da altre band della scena underground danese (Lower, Choir of Young Believers, Hand of Dust, Puce Mary), ai quali Rønnenfelt affida un unico e preciso compito: improvvisare. Ed è proprio questa la materia prima di cui si nutre This World Is Not Enough: una libertà creativa che finisce per provocare una destrutturazione pressoché totale di quel post-punk primordiale e violento che ora assume fresche sfumature soul e jazzy (King of Song, Hungry of Love, Your Father’s Eyes) ma allo stesso tempo è destinato a vagare senza meta in un fumoso caos primordiale (Every Child (Portrait of Wellman Braud), Calling Out a Name), reso ancora più spettrale e angosciante dal cantato sgraziato (a tratti tedioso) al quale Rønnenfelt – che nel frattempo sembra aver fatto suo il fascino grottesco del primo Nick Cave e il “dandismo” decadente del Bowie anni ’80 – per nulla al mondo sarebbe disposto a rinunciare.

Macerie e polvere trafitta da raggi di sole, questo è This World Is Not Enough, un disco che consacra Rønnenfelt come l’ultimo di una decadente razza di romantici soulman in via di estinzione.

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