Recensioni

6.7

«Stamattina quando ho toccato la copertina di cartone del disco volevo piangere ma avevo il mascara e non ho pianto». Bentornata Maria Antonietta, sulla strada artistica delle ragazze dell’Ita-indie che raccontano se stesse nei dischi come se scrivessero il loro romanzo di formazione. Della serie: guardatemi ora quanto sono cresciuta, quanto sono più matura, ora non sono più una bambinetta. Ho capito delle cose, ci ho scritto sopra delle canzoni, vi ci ritrovate? Non c’è niente di male in tutto questo, anzi. L’empatia è un criterio corretto per decidere cosa ascoltare, e potremmo semplificare tutto con un “è questione di gusti” e con il fatto che i testi di questo nuovo disco di Maria Antonietta sono carini e sembrano sinceri, che lei vuole arrivare al cuore delle persone e si è stancata di cantare solo di quanto le vanno male le cose coi ragazzi.

Maria Antonietta fa parte di quella generazione un po’ schiacciata tra due idee: l’idea del punk come ribellione agli schemi e l’idea che per diventare grandi bisogna riscoprire i concetti autentici, tipo essere persone vere, dire le cose come stanno, accettare la realtà (altrimenti non si spiegherebbe il successo de La Verità brunoriana). “Vivo in campagna e faccio una vita semplice” è uno degli argomenti forti di Maria Antonietta quando deve spiegare un’evoluzione personale durata 4 anni di silenzio artistico e il tema centrale delle nuove canzoni, ovvero «le aspettative e l’idea di deludere le aspettative, le proprie e quelle degli altri». Sintetizzando: l’attitudine è quella della scena delle riot girl (Bikini Kill, L7) però ora “medito a contatto con la natura”. A rendere tutto questo un poco sospetto è che quest’attitudine alla semplicità va di moda, si vende, si compra e si replica con facilità. In fin dei conti, la differenza tra una Maria Antonietta e Levante non è poi così marcata, anche se nell’immaginario comune le due cantanti parrebbero agli antipodi. E non è neppure è il santino di Courtney Love a fare la differenza, anche lei a un certo punto si è messa a cantare cose come Malibu, e a noi ragazze queste cose non dispiacciono affatto, mica deve essere per forza sempre tutto urlato e sporco.

Forse Maria Antonietta punk non lo è mai stata e lo ha scoperto adesso. La punkettina del 2012 (il disco era Maria Antonietta) lascia il posto alla ragazza riflessiva del 2014 (il disco era Sassi da noi recensito), poi passa il tempo, Letizia continua a farsi chiamare Maria Antonietta e prova a fare il disco della maturità espressiva. Cerca una sofisticata naturalezza, viene fuori qualcosa di ibrido. In Deluderti non ci sono le piacevoli leziosità del primo disco (non c’è una Alla felicità e ai locali punk) ma non c’è nemmeno il tono languido e strascicato del secondo album. C’è Pesci, un singolo caruccio, sicuramente una delle migliori tracce dell’album per dolcezza e tenerezza. Ci sono più musichine da carillon che chitarre, o una batteria in stile Be My Baby delle Ronettes che sostiene la buona orecchiabilità di Deluderti, che è l’altro singolone.

Tutto il disco è all’insegna della leggerezza e di un approccio rotondamente pop, complice (immagino) lo zampino di Giovanni Imparato alias Colombre alias (credo) il fidanzato di lei. Testi che ambiscono ad avere un certo peso, risultando deliziosi («Esistere in una forma semplice e vagamente buona, probabilmente una» da Deluderti), come forzati («Cara, ai tuoi occhi come oggi nei secoli e per l’eternità. Una, sempre una è la pace dei secoli e dell’eternità» da Cara, che rappresenta uno dei momenti più deboli dell’album), oppure tiepidi tentativi poetici a metà tra Leopardi e minimalismo esistenziale («Avrei dovuto congelarmi, farmi spedire nello spazio interstellare, sacrificarmi per non vedere il nostro oceano che diventa un mare, ma parlavo troppo svelto, pensavo troppo svelto, credevo di sapere molte cose invece niente», da Abitudini).

Maria Antonietta non è più teen-oriented ma di sicuro è orientata su se stessa. “La ragazza si farà”, se non altro perché oggi i 30 sono i nuovi 20.

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