• Set
    01
    2012

Album

Not Not Fun

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Ho visto Maria Minerva a Glasslands. Era sul palco e cantava. Aveva i capelli sulla fronte e sembrava fatta. Più che una rockstar era un ubriaco sulla metro alle due di notte, di quelli che si cantano addosso per non piangersi addosso. Anche perché di pubblico a cui cantare non ce ne era molto, saremo stati una ventina. Era stonata e fuori tempo ed io più che pensare alla sua musica pensavo a quanto fosse fuori luogo l'aggettivo avvenente. Era una ragazzina con una mascella enorme e un corpo eccessivamente magro messo in mostra dalla camicia trasparente con minigonna rosa. Il suo modo di ballare era così ridicolo da farmi sentire in imbarazzo. Mentre il set cadeva a pezzi tra errori, pause e stonature mi ritrovavo ossessionato dalla sua magrezza. Così magra, mi dicevo, che se anche una passione, o una gioia, riuscisse a trovare dimora in quel petto non avrebbe nessuna carne di cui nutrirsi.

Il vero mistero è come il corpo della Minerva riesca a tenersi insieme, a non scomporsi nella collezione di organi, nell'elenco o nella semplice isotopia. La sua musica ormai non ha segreti, ne hanno parlato tutti esaustivamente, e per quanto alcuni siano ancora sospettosi, o sorpresi, dalla frammentazione delle sue canzoni, del loro apparire come la sovrapposizione casuale di sound bites, è facile comprendere come il tutto si regga in piedi grazie ad un'eccenzionale sensibilità musicale. Sensibilità messa in mostra in pezzi come The Star, un incontro tra le Chordettes e tipiche progressioni 8-bit, o The Sound dove sono i cambi di tonalità che, trascinando la canzone da un iniziale ottimismo verso atmosfere sempre più cupe, offrono la cornice interpretativa da sovrapporre sul pandemonio di elementi. The Sound, inoltre, apre l'album con un sample di Maharashi Mahesh, il santone dei Beatles, quasi a voler dichiarare Will Happiness Find Me? come il più pop dei suoi lavori.

Accessibilità che è il risultato dell'affinamento tecnico della Minerva, del suo sentirsi a pieno musicista e del suo essere in completo controllo di un sound ben definito, non del tentativo di andare incontro alle esigenze degli ascoltatori. Purtroppo, nonostante la maestria, la sensazione è che oltre all'esercizio stilistico non vi sia alcuna evoluzione e che questo disco non sia altro che un regolare i conti con il passato.

L'album si percepisce quasi come un EP: numerosi momenti di spicco, sparsi qua e là, ma in genere dimenticabile. Più affascinante è quella figura che qui si riesce a intravvedere solo di profilo (si pensi al titolo così personale e sofferente) mentre nei live inizia lentamente a prendere consistenza. Intendo la figura di una nuova Maria Minerva come artista in declino, pazza e malata come in Mad Girl's Love Song (riferimento a Sylvia Plath), che porta con sé i segni di quella che potrebbe essere una nuova Björk, da cameretta, se solo riuscisse a trovare la forza di maneggiare tutto quel dolore senza rimanerne squartata.

3 Ottobre 2012
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