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Con un anno d’anticipo sul 25ennale, si celebra con l’edizione deluxe quello che è il centro e lo snodo fondamentale della carriera di Marianne Faithfull, il disco con cui nel ’79 si scrollò di dosso anni di vagabondaggi artistici e biografici.

Come ormai è noto, uscita dalla cerchia Stones e dalle sue seduzioni letali, l’icona della Swinging London non era tornata davvero ad una vita regolare, imboccando anzi una via fatta di nomadismo, abusi, stravizi, vagabond ways sul serio (come intitolerà un album più tardi) che ne avevano messo a repentaglio salute e carriera. La quale, peraltro, languiva tra un disco non pubblicato, un segno di vita come guest nel 1980 Floor Show di Bowie e un dimenticatoio interrotto da un contratto arrivato “non so neanche io perché” per un disco country, Dreamin’ My Dreams, che altrettanto misteriosamente finisce per vendere bene in Irlanda. Ma come aveva dimostrato l’ospitata dal Duca, Marianne non aveva perso la capacità di trovarsi dove si muovevano le cose nuove, e in quegli anni bazzica musicisti del nascente giro new wave: con uno, Ben Brierley dei Vibrators, intraprende una relazione che arriverà al matrimonio, mentre con il chitarrista Barry Reynolds realizza un paio di canzoni che suscitano l’interesse di Chris Blackwell, il quale la mette sotto contratto ma soprattutto nelle condizioni di rinascere artisticamente.

Perciò niente tentativi di bissare il successo del precedente disco replicandone lo stile: il gruppo viene dal nuovo ambiente musicale, parla la lingua dell’epoca sapendo cogliere e rielaborare le tendenze più vive e fervide del momento, sia stilisticamente che come capacità di raccontare il mood di quegli anni, e in quel senso Marianne e co. dirigono gli sforzi. Il risultato è un disco che fa sembrare lontano anni luce il country di poco tempo prima: è il disco di una reduce dagli inferi, a partire dalla foto virata blu in copertina, dove “broken english” sembra indicare lei stessa, e dove quella voce che per alcuni era stata rovinata dalla sregolatezza diventa mezzo principale per il racconto dei travagli attraversati.

Attraverso il rock robotico e insieme accorato della title track, dedicata alla terrorista Ulrike Menhof e vibrante delle ansie più oscure di fine ’70, una Witches’ Song che ricorda l’appellativo dato da sempre alle donne che escono dalla norma e in cui canta “Danger is great joy, dark is bright as fire”, il blues meccanico vagamente Nightclubbing di Brain Drain che, come la successiva Guilt continua ad alludere ai suoi recenti trascorsi e ai giudizi che suscitavano, l’autrice ridefinisce una sua nuova identità, seppellendo definitivamente la vecchia Marianne-usignolo sotto quella di una donna che a 33 anni sembra aver vissuto e visto tutto. Non come Lucy Jordan, la cui ballata apriva il lato B del vinile: pescata dal repertorio dei Dr. Hook & the Medicine Show (tipica rock band post-west coast che a un tratto passa armi e bagagli alla disco), vibra maestosa nel narrare la vita frustrata e tranquilla di una Emma Bovary a stelle e strisce, specchio al negativo della cantante. La quale, dopo la corsa space-disco-boogie di What’s The Hurry, chiude il disco con due botti da leggenda. Il primo è una cover spettrale – e definitiva – della lennoniana Working Class Hero (i Green Day con la loro versione fanno una figura da ragazzini, benché ai tempi delle rispettive incisioni loro fossero quattro anni più vecchi), un blues minaccioso squarciato da lame di chitarra, in cui le 12 battute vengono ridiscusse non ignorando la lezione dei Pink Floyd di Money. Il secondo è Why D’Ya Do It?, un reggae lurido e punkeggiante che mette in musica una poesia di rara sboccatezza scritta dall’enfant terrible Heathcote Williams, la quale diventa un sermone d’accusa e gelosia nei confronti del suo famoso ex-fidanzato.

Un disco epocale, dopo il quale però non vissero tutti felici e contenti – almeno non subito: per la salute ci sarà ancora la battaglia contro l’alcool, mentre artisticamente il disco successivo sarà un passo indietro. Ci vorrà l’87 circa perché le cose si stabilizzino: intanto le basi sono state gettate. L’edizione include anche materiale dai singoli (l’aggiornamento alla nuova vocalità di Sister Morphine, qualche remix 12″) e il mix originale del disco, preferito dall’autrice ma sacrificato a un suono meno classico e più asciutto, secondo i dettami della “freddezza” wave (peccato però per certe chitarre argute della title-track…), oltre ai promo video girati all’epoca da Derek Jarman.

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