Recensioni

6.1

Due anni e spiccioli dopo il buon Easy Come Easy Go, Marianne Faithfull torna a recitare il ruolo di signora del Rock. Se quello si dedicava ad esplorare il presente ed il passato proponendo un manipolo di cover disparate, questo Horses And High Heels – inciso a New Orleans e prodotto nuovamente da Hal Willner – alterna alle rivisitazioni, quattro originali che vedono la Nostra tornare a cimentarsi con la composizione. Tutte ballate, quelle firmate Faithfull, dalla dylaniana Prussian Blue alla speziata Eternity fino al respiro Fairport Convention di Why Did We Have to Part e della title track.

Venendo alle cover, è una selezione di perle insolite, dalle recenti That's How Every Empire Falls (del poeta, cantautore e attore RB Morris, di Knoxville, Tennessee) e The Stations (già opening track di Saturnalia, album dei Gutter Twins ovvero la premiata ditta Dulli & Lanegan) alle più stagionate Goin' Back (di una struggente Carole King, portata al successo da Dusty Springfield), quella Love Song che Lesley Duncan – deceduta lo scorso anno – prestò ad Elton John, una Past Present And Future che spalma talking allampanato su tema pianistico di Beethoven (fu un successone pop per le Shangri-Las) e quella No Reason presa dal repertorio di Jackie Lomax e pervasa di ragguardevole estro stoniano.

Tra patinature folk-soul e guizzi acidi, brume cameristiche e una sottile strategia di sample, ne esce un'istantanea vivace, quasi festosa, malgrado tutto quel senso di dolore metabolizzato, di vita stropicciata, di amarezze tenute al guinzaglio nel canto di Marianne (che tra le altre cose deve fare i conti con l'ennesima relazione andata a rotoli). La aiutano nell'impresa le chitarre di Lou Reed e Wayne Kramer, nonché Dr. John al piano in quella Back in Baby's Arms scritta nel '75 da Allen Toussaint. Tutto bene, se non fosse che la Faithfull sembra un po' troppo presa dall'affanno di convincere, di non venire meno alla propria fama. Finendo così per sedersi spesso sullo scranno del proprio status, esalando affettatezza da polvere di stelle, una sindrome da piacionismo a fine corsa strisciante sia nei passaggi languidi che nei ruvidi sussulti errebì, così evidente nel country blues Gee Baby e in quella The Old House scritta per l'occasione da Leo Abrams su testo del drammaturgo Franck McGuiness.

Non è il caso di biasimiarla troppo, ma non è un difetto da poco.

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