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7.5

Tu chiamale, se vuoi, sincronicità. Non fai in tempo a meravigliarti per un libro intero dedicato all’analisi filologica e critica di una canzone cruciale (Un viaggio nell’officina del Faber di Alessandro Biotti, studio su La domenica delle salme di De André), ed ecco che a stretto giro ne esce un altro caratterizzato da una formula simile, con al centro una delle più belle e importanti (e rivoluzionarie) canzoni di ogni tempo.

Ne è autore Mario Gerolamo Mossa, dottorando di ricerca in Studi Italianistici all’Università di Pisa. Per intendersi, nella sua tazza di tè galleggiano poesia, teoria letteraria, popular music, filologia d’autore, oralità e metricologia. Se nel curriculum spicca la collaborazione con Alessandro Carrera alla stesura di Bob Dylan. The Lyrics 1961-2012, da oggi il posto d’onore spetta al qui presente saggio Bob Dylan & Like A Rolling Stone.

La prima parte è dedicata allo studio dei documenti che testimoniano il processo creativo, dalla primissima bozza conosciuta al testo ufficiale. Si tratta di una disamina assai puntigliosa e perciò ubriacante: la composizione di Like A Rolling Stone fu un vero e proprio turbine di idee, intuizioni, tentativi, fallimenti, espunzioni, un carosello caotico che Mossa attraversa come un segugio e da cui la versione in studio ufficiale – quella incisa nel luglio del ’65, posta in apertura di Highway 61 Revisited – esce come il fermo immagine di un’opera compiuta eppure non definitiva, costantemente in fieri. Un “originale in movimento”, secondo l’azzeccata definizione dello stesso Mossa.

Il primo concetto cruciale posto a fondamenta di tutte le successive argomentazioni è infatti la componente di oralità che sostanzia la canzone (nonché il linguaggio stesso di Dylan). Come si legge nell’introduzione, “questo è un libro interamente dedicato alla voce come strumento di composizione indipendente dalla consapevolezza del suo locutore”. Il verso scritto – i sintagmi, le accentazioni, la metrica… – instaura con i parametri sonori – il canto, le timbriche, il ritmo (la canzone fu provata in origine a tempo di valzer) – uno scambio semantico continuo, febbrile, che dall’originale “long piece of vomit” del maggio 1965 conduce all’incisione del 20 luglio ma che appunto non si esaurisce, prolungandosi nelle significative varianti apportate nel tempo con le moltissime performance (oltre 2000 fino al 2016) di cui Mossa propone una intrigante antologia nel quarto capitolo.

Non starò a indorare la pillola: per i non accademici o comunque per chi non è avvezzo a questioni filologiche, insomma per gli appassionati semplici come il sottoscritto, il primo capitolo non è quel che si dice una lettura d’evasione. Il mio consiglio è comunque di stringere i denti e non saltare pagine perché nel sollevarsi di strati, nell’individuazione della variante più passeggera, nel setaccio di pagliuzze verbali, azzardi e lapsus, si rivela un Dylan impegnato ad aggiustare il tiro, a mettere a fuoco e regolare l’angolazione, elementi che risulteranno decisivi per chiarire obiettivi e senso di Like A Rolling Stone.

Che è proprio la mission dei due capitoli successivi (Analisi e interpretazione della Studio Version e Fortuna critica e paradigmi interpretativi), un viaggio meticoloso e suggestivo nel cuore della canzone, che alla fine ti senti giustificato a definire – come e più di prima – “epocale”. Impossibile – e ingiusto – riassumere qui le conclusioni, basti dire che ogni ipotesi riguardo alle molte e simultanee sfaccettature del linguaggio dylaniano trovano puntuale conferma, illuminandosi nel paradosso tra “accusa” e “liberazione”, sguinzagliando le parole in una casa di specchi abitata da tre paradigmi (“relazionale”, “confessionale” e “ricezionale”) che chiamano l’ascoltatore a perdersi in un labirinto di combinazioni e sfumature cruciali.

Quello di Mossa è uno sforzo documentaristico e analitico che può sembrare eccessivo solo se non si è ancora usciti dal recinto auto-castrante della canzone come prodotto artistico di second’ordine. Nel caso delle canzoni di Dylan e di Like A Rolling Stone in particolare, siamo di fronte a una forma espressiva di altissimo livello, per la quale oggi – oltre mezzo secolo più tardi – non sono ancora stati messi a punto strumenti di analisi e metodi critici adeguati. L’esistenza di un saggio come questo, che sostanzialmente assume e riadatta la cassetta degli attrezzi dell’analisi letteraria, è forse il segnale che qualcosa si sta muovendo.

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