Recensioni

Quattro anni dopo il doppio Proffiti Now!, i Mariposa tornano con un album di inediti che promette di far parlare di sé. Soprattutto per l’equivoco che si porta dentro. Difatti, come è chiaro fin dalla opening track, la proverbiale scelleratezza formale dei Nostri – beffardamente spacciata per “musica componibile” – rincula entro fattezze che quasi quasi diresti pop. Intendiamoci: pur sempre roba che sui palchi sanremesi sembrerebbe piovuta da Marte. Per dire, in Specchio sembra di scorgere dei Perturbazione allampanatri Wyatt e carburati Grandaddy, in Notel Hotel ti figuri Sergio Endrigo contagiato di bizzarria Wayne Coyne, mentre Vattene pur via è praticamente un Gino Paoli sul punto di decollare Mercury Rev. Per non dire di quella Clinique Veterinaire che manda allo sbaraglio uno sciroccatissimo Daevid Allen – proprio il santone canterburiano – tra fregole wave e synth-pop che frullano i primi XTC con Men At Work e – chessò – Kajagoogoo(!).
In realtà è una strategia subdola, quella dei sette pseudo bolognesi: strizzare l’occhiolino, ammorbidire le difese per inoculare il germe dello spaesamento, dell’amarezza, dell’impotenza culturale e sentimentale. Depistaggi sonici e testuali – prendete le genialoidi impertinenze bifronte da Panella battistiano nella cupa Sudoku, oppure la tiritera ossessiva sulla beghina seriale in Zia Vienna – che ti circuiscono scioccarelli e poi ti foderano con l’angoscia ed il senso di perdita annidati tra memoria e quotidiano. Se un ruolo importantissimo lo gioca il canto laconico di Alessandro Fiori – nella cui felpata rassegnazione indovini una tensione inafferrabile e alla lunga stordente – il circo sonoro (registrato live in studio, ché il gusto ci guadagna) possiede la turgida sbrigliatezza che ben sappiamo, capace di misurarsi senza tema con guizzi Capossela (nella bislacca Piero, dedicata al grande Ciampi) e deliri pataprog (una Can I Have Bon Bon? che centrifuga Crimson, Generator e Stranglers in un brodo anfetaminico), inneschi kraut e valzerini fanciulleschi, soul funkadelico e irradiazioni cinematiche (vedi la cavalcata vintage di 81 Guerra Atomica, 84 Confronto Rivoluzione).
Talentuosi e cazzoni, concettuali e istintivi, profondi e sbrigliati, talmente avanti da mordere i polpacci della tradizione sul punto di doppiarla, i Mariposa confermano di essere una delle più solide realtà indipendenti italiane. Ossia, una grande band.
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