Recensioni

7.3

Definire il nuovo disco di Marissa Nadler è lavoro assai arduo per chi ne aveva cristallizzato l’immagine da sirena delle isole Aran destata dai rintocchi delle campane di The Saga Of Mayflower May. Una voce che figurava come l’ultimo degli echi di Cathy Berberian e una capacità di scrivere ballad folk che incantava al primo ascolto.

A due anni di distanza da Song III: Bird On The Water, la Giunone di Boston fa il salto verso un altrove che mai ci saremmo aspettati. Saranno stati gli ascolti giovanili di Throwing Muses e Mazzy Star o la voglia di sdoganarsi dalla nicchia o ancora la curiosità di guardare alla propria musica con occhi nuovi, perché la triade iniziata con Ballads of Living & Dying non avrebbe potuto perpetuarsi all’infinito. Da queste parti però ci si attendeva un salto di qualità sulla via buona, quella che, in almeno un paio di episodi, Little Hells sembra imboccare: Heart Paper Lover e Loner, dove la presenza degli ospiti Farmer Dave Scher (Jenny Lewis, Beachwood Sparks) ad organo, synth e piano e Myles Baer (Black Hole Infinity) alle chitarre assicura un morbida transizione dagli Appalachi alle atmosfere dreamy e sintetiche di ascendenza 4AD.

Il seguito viaggia disomogeneo alla ricerca di involucri pop, esauditi di volta in volta in un’alchimia Sandoval-Roback (Rosary) ed incubi alla Blonde Redhead che affaticano l’ascolto nonostante l’ammaliante scrittura (Mary Come Alive). E’ che qui una volta era tutta campagna, e probabilmente la sontuosa produzione di Chris Coady, già all’opera con i Blonde Redhead, a tratti ha prevalso sullo stile di Marissa. D’altro canto la parte centrale del disco rimane ancorata al passato più che mai (Little Hells, Brittle, Crushed And Torn). Senz’ altro un’opera di transizione, che non tralascia di nascondere tesori tra le pieghe di un’inaspettata veste pre-mainstream. Da segnalare la presenza di Simone Pace dei Blonde Redhead alla batteria.

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