• Giu
    01
    2011

Album

Box Of Cedar

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Se si deve dar credito alla storia, solitamente l’album omonimo è quello che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe esprimerne l’essenza. Nel caso del nuovo lavoro, pubblicato sulla propria etichetta personale, la seducente Marissa prosegue l’evoluzione iniziata con Little Hells in un dream-folk che trasferisce le sfoglie acustiche di un tempo tra le stanze abitate da Tarnation, Mazzy Star e Beach House. Mossa che piace e al contempo lascia pensosi: apprezzabile il non sedersi sugli allori, poiché appartiene all’artista serio il non morire dentro una formula a meno di ravvivarla del proprio vissuto.

Quel che talvolta non funziona, in una scrittura che si porge avvolgente e traslucida danza tra candele e oscurità, è l’appiattirsi su un tono troppo uniforme. Seducono così sottovoce raffinatezze d’archi e chitarre del calibro di In Your Lair, Bear e Mr. John Lee Revisited, di Alabaster Queen e Daisy, Where Did You Go?. Sul rovescio della medaglia si accomodano invece alcune composizioni avvitate su se stesse e i toni sovraccarichi di Wedding.

La ragazza, del resto, è americana e, muovendosi a ritroso, prima o poi doveva imbattersi in un bar di provincia dove intrattenere gli avventori: alternando le Wind Up Doll e Puppet Master da cui David Lynch caverebbe chissà cosa alle ammiccanti The Sun Always Reminds Me Of You e Baby I Will Leave You In The Morning. Vorremmo sentirla equilibrare con polso più fermo le trascorse magie e le brame future, ché già bastano le moderate preoccupazioni che desta Alela Diane. Colpa sua se ha saputo regalarci un Songs III: Bird On The Water, e nostra se i lustrini ci piacciono solo se autenticamente vintage…

26 Giugno 2011
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