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Registrato tra Dakar, Parigi e Berlino, questo album è l’ennesimo esperimento produttivo a base di musica africana (ricordiamo almeno Mali Music, 2002, e DRC Music, 2011) concepito nel grembo dell’imprint di Damon Albarn. Stavolta l’head del progetto è il guru della techno berlinese Mark Ernestus (metà della Basic Channel), che ha lavorato a stretto contatto con Jeri-Jeri, ensemble di percussionisti locali diretto dal maestro Bakane Seck. La cartella stampa spiega come la ndagga del titolo, o mbalax, sia la musica tipica della cultura griot (la cultura orale che si trasmette di generazione in generazione) del Senegal e del Gambia, una dance music densa, stratificata e fortemente percussiva che è la colonna sonora di tutti i giorni, basata sulle trame poliritmiche di sabar e tamas (tipi di tamburi) e aperta a suoni più occidentali e moderni come chitarre e bassi elettrici e marimba.

Questo album non sposta nulla e nulla aggiunge al già ricchissimo mosaico terzomondista postcoloniale postmoderno e tutto quello che volete che si è andato costruendo in occidente a partire dagli anni Ottanta (vedere tutta una serie di fenomeni convergenti tipo WOMAD, My life in the bush of ghosts, Graceland, la (ri)scoperta di Fela Kuti ecc.); e non riesce neppure a scavalcare la natura settaria e di genere del progetto. E però, ritmicamente, è una vera goduria. Ampio spazio agli strumenti, sotto ai cantati che hanno sempre come un sapore rituale, in un trionfo di bassi profondi (echeggia il dub di zio Mark) ma soprattutto di intriganti intricate trame percussive, che si rincorrono, si sovrappongono, a creare una afro fusion forse anche artificiale ma comunque convincentissima, e che avvince (Xale, il fuoco afrofunk che cova sotto una brace (non)reggae), e che a tratti sfonda addirittura il tetto del prog (Casamance), ma proprio tipo fossero Fela + Napoli Centrale.

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