• Gen
    01
    1998

Classic

Polydor

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Attraversare ponti a volte è operazione inutile, nel senso di non-utile, puramente spirituale o – al limite – estetica. Non è importante cioè arrivare dall’altra parte, è il passaggio che conta, è stare appeso tra le possibilità. Come un punto interrogativo tra due sponde. Senza dimenticare il flusso che scorre più sotto, verso dove non si sa e in fondo non importa. Semplicemente, quel fruscio e quella vertigine oltre il parapetto sono il motivo per cui stai attraversando. Ecco, Mark Hollis è uno che si è fermato, un interrogativo sospeso, il balzo rimasto incompiuto, congelato sull’apice della parabola. Sta ancora lì, da qualche parte. Come una statua nella nebbia.

Mark fu il leader dei Talk Talk, autentico miracolo in uno scenario pop dedito perlopiù all’arraffa e fuggi, all’azzeccare il riffettino giusto e vivaddio. Che effetto stordente sentire in heavy rotation radiofonico quegli arrangiamenti esotici e rigogliosi, e scorgere lo stentoreo Mark – freak dal profilo improbabile e il nasale legnoso/vaporoso – far capolino dal mai troppo rimpianto pulpito di Videomusic. Correva l’opera seconda It’s My Life (1984), ma già col successivo The Colour Of Spring (1986) avvenne l’implosione: atmosfere crepuscolari, dilatate, tumide. Un vago, attanagliante timor panico. Vendite e popolarità – naturalmente – in caduta libera, per sparire in coincidenza di Spirit Of Eden (1988), album in cui blues, jazz e rock escogitano un “levare” prodigioso, un equilibrio etereo e febbricitante. E poi, Laughing Stock (1991): ancora di meno, ancora di più. La nebbia sale. Silenzio.

Sette anni. Una vita. Poi, questo disco invisibile, lasciato cadere come un ciottolo in un fiume. Invisibile perché quasi una sfumatura di trasparenza. Invisibile e (perché) quasi inaudibile, come una prosecuzione del silenzio in altra forma. Fu il palpito di un artista arreso alla propria finitezza, troppo consapevole per proseguire elemosinando oneri e onori in mezzo agli strepiti dei commensali. Proprio a questo silenzio necessario sembrano riferirsi le parentesi di nulla iniziale e conclusivo, camere di decompressione in cui il mondo chiude e riapre i battenti. Un porre spazio, un consolidare distanze.

Stupisce la lista di strumenti riportata nel libretto: tromba, clarino, corno inglese, chitarre, piano, harmonium, basso, batteria, percussioni, armonica, fagotto… Sembrano troppi rispetto a quello che senti. Poi fai mente locale e scopri che in effetti ci sono, che la trama è in realtà spessa, stratificata. L’equivoco nasce dalla leggerezza con cui si sovrappongono e intrecciano, come si trattasse di una danza di luce. Leggerezza che nasce da un patto stretto col tempo, come se la manifestazione di ogni elemento dovesse prima liberarsi dal nulla in cui sboccia. Pagando pegno alla propria fisicità, ottenendone in cambio un nitore caldissimo, un fragrante esserci. Brulichio di timbri e riverberi e sussulti dell’anima.

Il piano che apre il disco, per esempio, da dove arriva? Dove è stato? Precede di poco la voce di Mark, negli anni diventata più densa, però come pervasa da una memoria d’aria, da una possibilità di volo (se solo ne valesse la pena). Piuttosto, una pena infinita ma gracile è ciò che ci regala The Colour Of Spring, di nuovo solo il piano e la voce e camminare con passi muti nel folto dei ricordi, e vederli dissolversi come vapore. D’ora in avanti è tutta una meditazione su perdita e dolore. Anche se, incredibilmente, tutto continua a sembrare leggero.

Non è l’angoscia obliqua di Robert Wyatt, non le amarezze setose di Nick Drake, neppure l’intimismo raggelante di Tim Hardin: ascoltate Inside Looking Out oppure A Life (1895-1915) – dedicata alle giovani vite polverizzate dalla prima guerra mondiale – il modo in cui una sensibilità soul allo stremo attraversa quello scenario diafano e disarticolato (sbuffi di legni e ottoni, ritmiche appena abbozzate, sussurri atonali…). Quasi Mark fosse estraneo, quasi ne fosse già fuori. Così non stupisce che in Westward Bound ogni ipotesi folk ceda alla negazione di se stessa: chitarra e voce entrano ed escono dal cono di luce, una melodia contesa al silenzio, come se si staccasse dall’anima a fatica. Non stanno già qui gran parte di Jamie Stewart ed i suoi giustamente celebrati Xiu Xiu?

Esperienza d’ascolto tanto più concreta quanto più “spirituale”, come jazz insegna. E anche il blues, certo, per quanto qui inchiodato al suolo e lasciato evaporare tra palpiti soul/folk (che è quanto avviene nella imprendibile The Gift, tra percussioni sfarfallanti, armonica vetrosa e asciutti ansiti d’abbandono). In Watershed barlumi di rabbia, un impeto appena accennato (tamburello e piatti ossessivi in primissimo piano), colori che si accendono (il bordone d’harmonium, l’arpeggio vibrante) tra rigurgiti di antiche ballate. Ma è finzione: con la disinvoltura di un Tim Buckley perso nelle stelle, Hollis conduce i versi in un vicolo cieco, spegne e riaccende le luci a piacimento, disinnesca l’energia lungo assolo fibrosi d’armonica e tromba, non concede – mai – la benedizione di un chorus liberatorio.

The Daily Planet ripete il copione aggiungendo un basso cavernoso e legni in prima linea, quasi una danza macabra felliniana finché non sboccia una melodia memore – chessò? – di Terry Callier e David Crosby, lungo quell’intercapedine tra soul, blues e folk in cui rimbombano i moti segreti dell’anima, incendiati dall’armonica scorticata di un grande Mark Feltham. É per questo che la conclusiva A New Jerusalem sembra avanzare sotto una pioggia di cenere? Forse. O forse è a causa di quel rogo in paradiso, di quel deserto post-bellico, di quell’amore devastato. Poi “freevolezze” jazz coprono tutto come un’onda più alta. E nel riflusso di nuovo il silenzio. Quel silenzio. Più nulla.

Oggi, non so cosa faccia né dove sia Mark Hollis. E non voglio saperlo. Uno dei motivi per cui amo ascoltare la sua musica – e questo disco in particolare – è proprio l’assenza che annuncia, che presuppone. Che contiene. Un’assenza ricca di rimpianti e fierezza e amore. E pensieri lasciati cadere sul tavolo. Con la sottigliezza sospesa di un haiku. Fermo-immagine dai colori dileguati. Come se, trovata finalmente la chiave del proprio esistere, gli sembrasse troppo fragile e preziosa per comunicarcela. Solo qualche accenno. Il brontolio di un temporale. Ormai passato.

1 Ottobre 2008
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