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In questo preciso caso l’espressione «divertirsi senza nessuna remora» sta a significare che ci si può scompisciare dalle risate anche quando tre orfani particolarmente sfortunati sono costretti dal destino a sopportare le sevizie di uno spietato e incapace attore che vuole impossessarsi con ogni mezzo della loro enorme eredità. Nata dallo humour nerissimo della penna di Lemony Snicket (pseudonimo dell’autore Daniel Hadler), questa Serie di Sfortunati Eventi è un’odissea letteraria iniziata nel 2000 e composta da tredici infausti libri, i quali “scrutano attentamente” (che qui può significare anche “illustrare attraverso un occhio tatuato sulla caviglia una concatenazione di situazioni spiacevoli e troppo cruente per qualsiasi tipo di lettore”) la spericolata esistenza dei tre ragazzi Baudelaire (l’inventrice Violet, il sagace Klaus e la mordicchiante piccola Sunny) alle prese con il multiforme Conte Olaf e la sua banda di criminali. Nonostante l’autore consigli ripetutamente al lettore di cambiare libro e dedicarsi a qualcosa di più allegro, magari una favola su un piccolo elfo felice, da questa fortunata serie sono stati tratti un film omonimo, per la regia di Brad Silberling (con un indimenticabile e trasformista Jim Carrey nei panni di Olaf), e questa recentissima serie Netflix, che invece si è appropriata di un intero nuovo cast capitanato dalle capacità musicali e performative di Neil Patrick Harris.

Lo schema narrativo è sempre lo stesso: nuovo episodio, nuovo tutore legale per gli orfani Baudelaire, nuovo travestimento del Conte Olaf per tormentarli, nuovi personaggi stravaganti, nuove speranze infrante, qualche indizio in più sulla società segreta che sembra plasmare le sorti di tutta la storia. Proprio per questa struttura frammentaria, era chiaro che la formula della serie televisiva fosse lo strumento migliore per trasportare nel mondo dell’audiovisivo la storia di Lemony Snicket e, sebbene l’omonimo film sia diventato a tutti gli effetti un cult del suo particolarissimo genere, quello che Netflix ha voluto commissionare è ad oggi la via migliore e completa per godere delle sfortune altrui. Arrivata alla seconda stagione (e con una terza, l’ultima, già in programma), il nuovo ciclo di episodi di Una Serie di Sfortunati Eventi si scrolla di dosso completamente la gigantesca ombra di Carrey e prosegue il tortuoso viaggio dei Baudelaire con cinque nuove storie (due episodi per ognuna) che vanno finalmente oltre la “semplice” atmosfera grottesca e burtoniana degli esordi. Merito anche del complicarsi delle sventure e dell’incontenibile dietrologia, i creatori Mark Hudis e Barry Sonnenfeld (quest’ultimo già dietro il lungometraggio come produttore esecutivo) sono riusciti a catturare dal «decadente mondo in decadenza» di Hadler le infinite stratificazioni di senso che erano state sapientemente nascoste tra gli spazi bianchi delle tante parole scritte (e lo fanno attraverso una moltitudine di spassose e ingegnose soluzioni registiche che vanno viste e non raccontate).

Anche se assume spesso i toni di una land of nowhere (esattamente come era il paese desertico del cartone animato Leone il Cane Fifone, con cui non condivide solo l’ironia), l’universo di Una Serie di Sfortunati Eventi non potrebbe essere più vicino al nostro quotidiano, essendo un concentrato e un’estremizzazione di abitudini, contesti e riferimenti culturali presi direttamente dall’immaginario collettivo; così, un hotel di lusso degli anni Venti diventa l’ambiente perfetto per trattare il lato superficiale di un racconto di F. S. Fitzgerald (episodi 3 e 4, L’Ascensore Ansiogeno), un villaggio nell’entroterra riempito di corvi hitchcockiani si fa simbolo del proibizionismo tipico della Grande Depressione americana (episodi 5 e 6, Il Vile Villaggio) e i corridoi di un ospedale si trasformano in un labirintico incubo à la Shining di Stanley Kubrick (episodi 7 e 8, L’Ostile Ospedale). Tutti luoghi che in fin dei conti non hanno niente a che vedere con bambini che andrebbero protetti (non lo è nemmeno la scuola degli episodi 1 e 2, L’Atroce Accademia) ed è in questo snodo che Snicket/Hadler dà il meglio di sé, sfoggiando un vasto campionario di torture mentali e fisiche che non sono semplicemente riconducibili a quegli “sfortunati eventi” del titolo.

Seguendo nelle intenzioni le orme del modello spielberghiano (vedi il recente Ready Player One, che anch’esso recupera Kubrick) e privando gli orfani Baudelaire (e nella seconda stagione, anche dei trigemini Pantano) dell’innocenza di cui si ha bisogno a quell’età, scrittore e ideatori della serie parlano direttamente all’adulto, sia inteso anche come ex-bambino, superando le barriere generazionali che potrebbero essere contenute in quello che, nella sua natura primaria, è comunque un racconto di formazione per ragazzi. È tutta una questione di sguardo e di attenzione (e in quest’ottica, sono ancora più centrati i riferimenti ad Hitchcock e Kubrick): «Non guardare, non guardare», consiglia la sigla di apertura, ma nessuno è in grado di farlo, entrando in un circolo vizioso (e a tratti perverso) in cui il lettore/spettatore si trasforma contemporaneamente in occhio giudicante e giudicato, esattamente come il consuetudinario ensemble di personaggi che spesso e volentieri si ritrova (per l’appunto) fautore/spettatore di una gogna pubblica con al centro i tre orfani protagonisti (che sia sotto forma di spettacolo teatrale, di concerto musicale, di asta, di consiglio cittadino, di dimostrazione medica, di esibizione circense ecc.). Un coloratissimo e dettagliatissimo teatro degli orrori in cui i mostri sono comodi in platea e gli eroi, invece, periscono tragicamente sul palcoscenico (episodi 9 e 10, Il Carosello Carnivoro).

Ovviamente, in tutto ciò non manca il divertimento spassionato in alternanza a quello ragionato, dove il primo è riconducibile alla stupidità e alle doti inesistenti del Conte Olaf (Neil Patrick Harris è straordinario nell’usare le sue grandi capacità performative per dare l’idea di qualcuno che non sa recitare), il secondo invece all’ironica malinconia con cui il Lemony Snicket personaggio interno (interpretato da un pacato e profondo Patrick Warburton) punteggia a cadenza regolare tutti gli accadimenti. Lati della stessa medaglia, questi fondamentali comprimari rispecchiano l’anima duplice dell’intera serie, tra eccentricità debordante e oscuro pessimismo, incoscienza burlesca e cinismo spietato, acquisti vantaggiosi (la perfida Esmé Squalor di Lucy Punch è una delle cose migliori della serie) e perdite incolmabili (chi sarà mai questa Beatrice tanto decantata?). In mezzo ai due fuochi, come al solito, ci sono gli ingegnosi e (quasi) sovrannaturali Baudelaire (abilità comuni, coraggio infinito), che tra le dense nubi scure continuano a vedere la flebile luce verde all’orizzonte, in spasmodica attesa di risposte concrete. E noi con loro.

10 Aprile 2018
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