Recensioni

Con un quarto di secolo di robusta carriera alle spalle, Lanegan ci ha fornito diverse versioni di sé. Non poteva essere altrimenti, malgrado la cavernosa impostazione vocale non conceda di scostarsi troppo dal fosco crogiolo blues di partenza. Certe collaborazioni – con QotSA, Soulsavers e Isobel Campbell soprattutto, senza contare quella recentissima con Moby – lo hanno visto mettersi in gioco con disinvoltura e persino una certa leggerezza, come ai tempi di The Winding Sheet non avremmo ritenuto possibile. Di contro, quel filone di ricerca nelle penombre misteriose del folk blues – alla base di capolavori come Field Songs – sembrava oramai esaurito.
Invece, appena un anno dopo il baldanzoso rientro solista di Blues Funeral, e previa la produzione del vecchio amico Josh Homme, a scompaginare le carte arriva Black Pudding. Questa collaborazione col non troppo conosciuto chitarrista e multistrumentista inglese Duke Garwood (quarantaquattrenne con quattro album alle spalle) recupera proprio quell’attitudine per le trepidazioni più schive, colte nella linea d’ombra tra country-folk e folk-blues, coi margini opportunamente sbrecciati da ineffabile attitudine psych. Ne esce un disco sì laneganiano ma sufficientemente disposto a diluirsi tra gli arabeschi ieratici e spigolosi di Garwood, cui non a caso concede di aprire le danze con l’assorta strumentale title track.
Oserei dire che i momenti meno interessanti sono quelli che più ricalcano la calligrafia tipica dell’ex-Screaming Trees, sia pure rivista sotto una luce spettrale come in Mescalito (drum machine e ruggini noise) o languidamente suggestiva come in Driver. Viceversa, i vapori eniani di Shade Of the Sun, il clarino sperso nella milonga indolenzita di War Memorial, il gospel-soul asciutto di Last Rung e la congettura fusion di Cold Molly strapazzano il centro di gravità di quel tanto – anzi, di quel poco – che basta per spandere un senso di accattivante squilibrio, una voglia di forzare il punto di vista con tenebrosa perizia da druidi. Questo il gioco che sostanzia l’invocazione blues sotto il cielo mutante di Thank You (col piano che sbreccia la tonalità) così come il sortilegio atavico di Pentecostal (vaghi retaggi del Jimmy Page unplugged).
Se per Garwood è probabilmente il disco della vita, per Lanegan sembra il tipico spinoff che rende denso il repertorio.
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