• Gen
    01
    2001

Classic

Sub Pop

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E se Field Songs, con quel fantasma di morbida rassegnazione che lo pervade, con la tenerezza crudele che riveste gran parte delle sue canzoni, fosse l’autentico compimento della carriera di Mark Lanegan? Vale a dire, il suo – oh, fatal termine – capolavoro?

Non certo un compendio riassuntivo, emblematico, celebrativo, anzi: sappiamo bene che Mark è stato anche altro. Sappiamo di quale devastante intensità hard blues fu capace, e di quel folk portato, specie nei primi dischi, alle estreme conseguenze del delirio. Quel Mark, a ben vedere, c’è ancora, seppur rannicchiato, nascosto e dissimulato. Come un serpente che dorme sotto la sabbia.

Difatti, sgranando il programma è possibile individuare un’alternanza, una sorta di pendolo stilistico/emotivo che oscilla sordido tra passato e presente; per cui alla ordinarietà “americana” di One Way Street (seppur perturbata da vaghe distorsioni sintetiche che ne accentuano gli influssi noir) fa eco la scheletrica giostra gothic-folk di Miracle; e alla robustezza inquietante ma in fondo “vendibile” di No Easy Action (percorsa da furiose e diaboliche effusioni di wurlitzer, mellotron e da un coro ventoso) rispondono la malsana soavità di Pill Hill Serenade (hammond sugli scudi) e l’effluvio latin-blues di Don’t Forget Me (piano liquido, evocativa chitarra acustica, drumming sapientemente asciutto e spezzettato).

Non siamo ancora a metà disco, ma già son chiare molte cose: l’aria che si respira è mossa, l’odore è buono, il dolore un tizzone che cova in agguato. Kimiko’s Dream House è la stanza della riflessione, eredità e memoria del compianto Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club; una ballata in punta di emozioni, tre chitarre (elettrica, acustica, lap steel) e cori scivolosi a cullare questa voce che non saprei come misurare se non a ferite, e strappi nell’anima, a nebbie alcoliche e sogni disillusi.

Ingranata la marcia, la spettrale Resurrection Song ci presenta un’affascinante stratificazione vocale su carillon di corde, piano e biechi riverberi, mentre la title track divora un altro po’ di luce nella sua breve e acidissima intimità, alla maniera di un Fred Neil carico di rancori e saggezza. Love s’accende rammentando scenari folk-psych d’altri (bei) tempi: tre chitarre acustiche nitide e intense a circoscrivere gli spazi entro cui il Nostro consuma un disarmante proclama (“Baby, you don’t know ‘bout love”). C’è poi un inatteso strumentale, Blues For D, scritto a quattro mani col fido Ben Sheperd (ex Soundgarden): volo basso nell’oscurità cinematica, decollo invisibile che ambisce alla rossastra spazialità dell’hammond e d’un piano vago, fibrillazioni di chitarre come il pigolio di lontani dissapori.

Ultimi fuochi, con la breve She Done Too Much, tiepido folk blues perturbato da screziate malie di synth, e quindi Fix, pulsante di incontenibili tremori blues, un crescendo – prima interiore che strumentale – con le chitarre che impongono la loro alcolica versione dei fatti, e la voce che lentamente si lascia sopraffare.

Un disco che tira le fila dei tanti sentieri intrapresi senza fare mero riepilogo, ma scegliendo gli esiti maturi, le profonde destinazioni. Se la direzione è quella della classicità, se il tentativo è costruire (con Will Oldham? Con Jason Molina?) un riferimento per la nuova canzone d’autore americana di questo primo decennio, credo che il prezzo pagato (su tutti, l’abiura delle spettacolari asperità del passato) sia stato equo, doveroso, vincente.

Field Songs è, insomma, una promessa che si rinnova e si compie ad ogni ascolto. In altre parole, si vuole classico, riuscendoci.

1 Gennaio 2003
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