• Gen
    01
    1990

Classic

Sub Pop

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Inizialmente inteso come un estemporaneo Ep di quattro tracce da pubblicare sotto la sigla The Jury, un “informale gruppo blues” composto oltre che dallo stesso Lanegan, da Cobain e Novoselic dei Nirvana e dal batterista dei Trees Mark Pickerel, l’esordio di Mark al di fuori del suo gruppo di origine finì per trasformarsi in un progetto più ampio, al quale dapprima lo stesso vocalist, compositore alle prime armi ossessionato da Blind Willie McTell, Blind Willie Johnson e Leadbelly, non credeva neppure troppo. E invece al deus ex machina della Sub Pop Jack Endino, già dietro Soundgarden e gli stessi Nirvana, bastò un solo ascolto delle demo affinché prendesse il via, un po’ per gioco un po’ per caso, una carriera che doveva rivelarsi tra le più sorprendenti del decennio a venire. A conti fatti, fin dalle prime note di The Winding Sheet i numeri del ragazzo si dimostrarono tanto buoni quanto piuttosto atipici, specie se paragonati a quelli del resto dei suoi compagni di viaggio (di lì a poco dati in pasto al mondo come la famigerata “scena di Seattle”).

A dettare il battito di Mockingbirds è una sorta di rabbia senza sbocco, placata nel respiro della ballata: splendida la complicità di chitarra acustica ed elettrica (entrambe suonate da Mike Johnson, già nei Dinosaur Jr), la presenza di un piano epico (cortesia del blasonato producer indie Steve Fisk), il canto che inizia a distendere scenari di ammaliante oscurità (You can’t kill what’s already dead, profetizza un Mark sull’orlo dell’abisso); per chiarire ulteriormente la questione, ecco Museum: melodia sublime e malaticcia come fumo dolciastro per sola acoustic guitar e voce impervia e vellutata, un monumento di trepidante lentezza ai demoni del folk e del blues. Ospite a sorpresa, nella successiva Undertow, un vampiresco violino (Justin Williams), mentre la batteria di Pickerel – in punta di bacchette sul ritmo caracollante – imbastisce una sorta di calipso ibrido; Ugly Sunday fa alzare (e non di poco) la temperatura: pennate di chitarra come lampi d’allucinazione, percussioni palpitanti come terra instabile sotto ai piedi, la voce cavernosa di Mr. Lanegan che sembra – ed è – un torrido appuntamento nel rovello di un’anima oscura. Inserite le spine, Down In The Dark sventola un riff demoniaco e si ribalta in un chorus che sputa grunge da tutti i pori (complice anche un tal Kurdt Kobain al backing vocals), sorta di delirio elettrico che si consuma tra feedback e lancinanti distorsioni garage-psych.

Ma è tra Wild Flowers e Eyes Of A Child che si nasconde l’autentico cuore del disco: nella prima il caro Mark imbraccia l’acustica con febbrile incertezza, quindi – raccolte le spoglie di un folk allucinato – si accompagna da solo lungo una melodia stranita e palpitante, abbandona la voce ai bruschi dettami di una grazia umorale (“And my mind is an open door/ with nothing inside”), ad un falsetto che non sai se sia pianto o gioia, dolore o liberazione; nella seconda tornano le volute di violino, mentre un’asciutta chitarra ed il canto (immerso in un torpore minaccioso) ci stringono in un assedio tenebroso, imprimendosi neri sull’anima. Con la title track sembra di sfogliare i mille petali di un fiore malvagio, in un lento deambulare tra i ruggiti metafisici della chitarra di Johnson e un’interpretazione vocale tremante, intensissima, epica; la successiva Woe è un’altra scheggia acustica partorita e realizzata dal solo Lanegan, mentre Ten Feet Tall riesuma antiche memorie Byrds spremendo le corde vocali sino alle soglie del grido.

Where Did You Sleep Last Night, vecchio blues di Leadbelly risalente alle primissime session, acquista addirittura valore mitologico per la presenza di Cobain e Novoselic: col suo incedere marzial-sepolcrale di basso e batteria, un bordone elettrico urticante e urla conclusive che strappano la pelle dal cuore, regala uno dei momenti più emozionanti in assoluto; il sottofinale è affidato al frammento organo-voce di Juarez, giochino ebbro cui guarderanno i pazzeschi Pearl Jam di Bug (contenuta in Vitalogy), quindi chiude superbamente I Love You Little Girl, con ancora il semplice e grezzo accompagnamento del solo Lanegan all’acustica.

Non è dato sapere in quanti, protagonisti compresi, avrebbero scommesso su questo disco ai tempi della sua uscita. In ogni caso, The Winding Sheet non fu che l’inizio di una discografia scarna ma a suo modo prodigiosa: se oggi Mr. Lanegan è ormai un classico, è anche grazie a questo album, piccola (ma terribilmente significativa) scintilla di un fuoco prossimo a divampare. In silenzio.

1 Gennaio 2003
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