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Tra la prima e la seconda prova solista di Mark Lanegan passeranno tre anni; nel mezzo, la scena musicale di Seattle viene travolta dalla bufera grunge, con esiti noti a tutti, nel bene e nel male. Tra i protagonisti, anche gli Screaming Trees (seppure in sordina rispetto a ben più fortunati compagni di viaggio) riescono a conquistarsi la loro nicchia grazie al discreto Sweet Oblivion e in particolare all’hit Nearly Lost You, contenuto nella colonna sonora di Singles di Cameron Crowe. Così, risucchiato quasi totalmente da questi impegni e da uno stile di vita ai limiti della sopravvivenza, il Nostro troverà a malapena il tempo di portare a termine le session per il successore di The Winding Sheet .

Secondo la leggenda, il mucchio di canzoni che danno corpo a Whiskey for the Holy Ghost rischiò addirittura di non vedere mai la luce: a causa della mancanza di interesse dell’autore, per poco i nastri non finirono gettati in un fiume. In effetti, seguendo fedelmente un triste copione già noto, la vita di Mark Lanegan era diventata a quei tempi una sorta di inferno in terra. Almeno fino al 1997, il vocalist sarà ridotto dai vizi a un fantasma che cammina; a differenza di altri suoi tristemente illustri colleghi ed amici, però, egli troverà il modo di affrontare i suoi demoni intrappolandoli nella sua musica visionaria, imparando a danzare con essi e a dividere un bicchiere con loro.

E’ questo lo spirito che anima Whiskey for the Holy Ghost, disco tormentato e catartico che vive di ubriachezza, polvere e cenere, maledizione e redenzione, discese nell’abisso e chiarori inaspettati. Oltre a Jack Endino, per certi versi una vera e propria figura paterna, ad aiutare Mark nella costruzione del suo universo musicale tornano l’indispensabile Mike Johnson, suo collaboratore più assiduo e proficuo, e amici come J Mascis, Tad Doyle (Tad), Dan Peters (Mudhoney) e Mark Pickerel; ciò che comunque rende Whiskey for the Holy Ghost un gran disco sono le incredibili capacità poetiche ed interpretative del suo autore. Lanegan è qui infatti anzitutto un credibilissimo interprete di se stesso: in ogni sfumatura della sua voce è possibile vedere il suo mondo interiore spiegarsi a ventaglio, le ferite aprirsi e sanguinare, i colori e gli odori farsi vivi e presenti ai sensi di chi ascolta; inoltre l’album risulta, se possibile, ancora più coeso musicalmente e focalizzato poeticamente rispetto al precedente.

Sebbene a predominare siano gli episodi più quieti, è difficile trovare durante l’ascolto momenti di stasi e cali di tensione emotiva. Si parte con The River Rise, la cui atmosfera sospesa scandita da carillon, pizzichi di acustica e fraseggi effettati di elettrica immerge l’ascoltatore in un sogno alcolico disturbato, un idillio in cui la voce di Mark rievoca il salire e lo scendere del fiume; il viaggio prosegue attraverso la tumultuosa Borracho, uno dei momenti musicalmente più convenzionali (gli amici/rivali Pearl Jam sono dietro l’angolo), ma non per questo priva di una potenza iconica spaventosa, che fa sì che il brano gonfi di strofa in strofa come un torrente in piena, straripante scarti e rifiuti, la feccia di un’esistenza orribile. Dopo il classico country rock (con tanto di violino e pedal steel) di House a home, caratterizzata da un’ottima melodia, ecco il blues sepolcrale alla Cave di Kingdoms of rain, impreziosita dal controcanto di Sloan Johnson e da un’organo spettrale; alla luce del presente, non stupisce ritrovare le stesse atmosfere in un disco come To bring you my love di PJ Harvey (Island, 1995).

Il centro del disco è riservato alla strepitosa Carnival, uno dei punti più alti del repertorio laneganiano, costruita in crescendo intorno a tre semplici accordi di chitarra, con la voce (ancora) che caratterizza l’incedere del brano volando accompagnata dagli straordinari inserti del violino di David Kreuger e dal contrabbasso che segue a ruota; questo momento estatico è perfettamente controbilanciato dall’ipnotica Riding the Nightingale, un abisso buckleyano (a metà tra Lorca e Blue Afternoon) tutto retto dalla voce e da uno scheletrico arpeggio di chitarra, un inferno che brucia e si accartoccia su se stesso come un foglio di carta. Il resto è fatto di brevi quadretti acustici, tra la classica El sol, la rauca e bluesy Dead on you, il sussurro di Judas Touch e il paradiso vocale di Shooting Gallery, attraverso Sunrise (col tocco di classe di un sassofono che accarezza il baritono di Lanegan) e il western elettrificato à la Cash di Pendulum, fino alla conclusiva Beggar’s blues, vagamente memore dei R.e.m. più oscuri (periodo I.r.s., si intende), col suo ritmo marziale di rullante che sfuma e ci lascia sul ciglio di un’autostrada americana, il sapore della polvere in bocca e la testa che scoppia per la bevuta della sera prima.

A coronare il tutto, una raggiunta maturità nella scrittura delle liriche in cui è evidente, rispetto al primo disco, il graduale passaggio da confessioni in prima persona a una poesia di respiro più ampio; si interpreti in tal senso l’uso di topoi tipici del blues e del folk come la Bibbia o il bere.

Se Whiskey for the holy ghost non è il capolavoro assoluto del cantautore americano, manca davvero poco: giusto il tempo di ritrovare la propria strada, di sciogliere i nodi, di chiudere il cerchio. Cinque anni di pausa, e ritroveremo un Lanegan irrimediabilmente diverso.

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