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Ad un paio di anni dall’acclamato Under the Sun il luminare elettronico inglese (ma oramai da qualche anno residente in Australia) Mark Pritchard torna sulle coordinate soniche di quel celebrato esordio solista con The Four Worlds, un mini-album che, oltre a proseguire sulle stesse traiettorie sonore del suo predecessore, vanta anche le consuete, splendide e plastiche illustrazioni grafiche realizzate dal fidato collaboratore, il visionario artista Jonathan Zawada.
Tutto spingerebbe dunque a considerare l’opera un corollario, un approfondimento per i più appassionati; eppure, nonostante la ricercata brevità delle otto tracce (di cui solo l’iniziale Glasspops supera, e pure di molto, i quattro minuti), The Four Worlds non solo è un lavoro assolutamente godibile anche senza tenere conto di tutte le sovrastrutture che lo circondano, ma soprattutto riesce a disegnare un ambiente concettuale perfettamente funzionante e capace di accogliere magicamente l’ascoltare sin dalle prime visite.
La lunga opening-track, la succitata Glasspops, è infatti l’unico brano a fregiarsi di un battito digitale, mentre il resto delle composizioni non presenta né batteria né altri strumenti ritmici: The Four Worlds è così una perfetta colonna sonora per un viaggio interplanetario, dove il morbido trip hop della traccia d’apertura rappresenta l’esplosiva salita in volo, mentre l’etereo susseguirsi dei rimanenti brani, sempre più destrutturati fino allo spoken soul cosmico di quella S.O.S. affidata all’ottima interpretazione vocale di The Space Lady, disegnano un itinerario spaziale obliquo, ambizioso e sempre più inafferrabile.
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