Recensioni

Immaginiamoci adolescenti curiosi nel 2003. Immaginiamoci, come forse molti teenager fanno e facevano allora, a raccattare tutta la musica che più o meno viene a patti con i nostri gusti, con le nostre necessità, con le nostre urgenze, magari con la nostra lingua. Di certo ci sarebbe capitato sotto mano un CD dei Marlene Kuntz, magari ci sarebbe capitato un CD dei primi Marlene Kuntz, forse Catartica o Il Vile, ricostruendo intanto e non disdegnando affatto il percorso della band fino almeno a Bianco Sporco (2005). Poi qualcosa in noi e nei loro confronti si perde. Perché, pur non avendoli vissuti, quegli anni, quella musica, quelle parole parlano di noi, perché è di questo che è fatta la gioventù sonica a cui, in qualche modo, i Marlene si sono sempre ispirati. Ma tutti devono crescere. Noi come ipotetici ascoltatori adolescenti e i Marlene come creatori di testi e musiche di immediatezza e impatto per nulla indifferenti. I Marlene hanno avuto un processo di maturazione per alcuni doloroso che, da Sanremo a Nella Tua Luce, passando per Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini, ha fatto storcere il naso a qualche fan. Intendiamoci, la coerenza è sempre stata dalla loro: tutto si può dire alla band di Cuneo tranne che non abbia saputo “invecchiare”, senza pretendere di assomigliare a qualche brutta copia di se stessa nel lontano 1994. D’altronde la parola, quella distorta e plasmata a regola d’arte, è sempre stata marchio stilistico dei tre (più eventuali bassisti), e il così chiamato periodo “cantautorale” è stato in realtà meno traumatico di quanto potesse sembrare a prima vista. Ha semplicemente fatto emergere un lato sempre presente nelle corde della band, band che nel frattempo si adagiava su sonorità e attitudini un po’ più sofisticate (c’è chi leggerebbe qui “pretenziose”), mentre imparava a usare i social e, a volte, ci rimaneva un po’ incastrata dentro, tanto da dovere dedicare brani al riguardo. Insomma, una crescita fisiologica e comprensibile, ma che, a conti fatti, non funzionava a livello creativo, compositivo e, in generale, di produzione. Non sorprende dunque se, cogliendo l’occasione del ventennale di quella pietra miliare che è Catartica, i Marlene abbiano ripreso in mano le chitarre elettriche e le distorsioni, rispolverando vecchi brani (Pansonica) e, a un anno e mezzo di distanza, pensando a un disco nuovo che tornasse a quelle sonorità, un disco che profuma tanto di seconda giovinezza.
La Lunga Attesa, quindi, è quella di un fan che ha avuto modo di seguire i piemontesi solo negli anni Duemila, li ha amati, guardando però alle sonorità dei Novanta come se fossero una specie di attrazione fatale e sperando in un ritorno. Detto ciò sarebbe sbagliatissimo aspettarsi da questo album una riproposizione di quello che è stato il periodo noise/rock dei Marlene, perché il percorso, la crescita, la maturazione, è molto più sottile di una semplice riproposizione. È indubbio che gli ottimi responsi del tour di Pansonica hanno aiutato la band a ritrovare il feeling, il sudore, l’attaccamento ai piccoli club e quindi, probabilmente, un’ispirazione in più per far ruggire le chitarre ancora una volta. Una scelta impopolare, dicono nel comunicato stampa, quella di fare un album completamente analogico di chitarre distorte e di brani lontani dalla forma-canzone classica. Permetteteci di dissentire (esiste ancora una buona scena chitarrocentrica in Italia, solo che, per ovvie ragioni di zeitgeist, non ha più quell’attitudine sonica) e di aggiungere che lo choc nell’ascoltare per la prima volta Fatalità e in generale molti brani del disco, è stato più che piacevole. La vena lirica sembra ritrovare quell’afflato raffinato e allo stesso tempo frantumato dei tempi di Bianco Sporco, l’indole atonica e vischiosa dei riff in costante dissonanza sembra quadrare nello schema dell’urgenza del disco, e se non è più adolescenziale/sonica, è sicuramente immanente e favorevolmente invadente, con la tematica complessiva in linea con l’anagrafica e coerente con il percorso.
È proprio la parola a fungere da primo ponte utile per riconoscere la genuinità del disco: se da una parte l’eccessivo word-speaking (Narrazione, La Noia, Un Attimo Divino) rischia di stomacare e goffamente farci pensare a esperienze parallele che in questi anni hanno usato la formula con varia fortuna (Il Teatro degli Orrori, Massimo Volume, ecc…), dall’altra s’avverte che l’intero discorso è impregnato di una crudezza che se non altro sa di naturale. Malgrado ciò, ci sono molti episodi zoppicanti dal punto di vista testuale e compositivo: nonostante l’ottima architettura strutturale del brano, si fa fatica ad apprezzare il citazionismo sociale o politico di Niente di Nuovo, la gorgogliante sdolcinatezza di Un po’ di Requie, la piattezza lirica e d’arrangiamento di Un Attimo divino e Il sole è La Libertà, brani che avrebbero figurato bene in un disco come UNO (che aveva qualcosa da dire su questo tipo di ballad).
Quando il discorso si sposta sul sanguigno e ruggente sound che ha reso i Marlene immortali, si avverte che tutto suona ancora credibile e, in qualche modo, accattivante. Non è dato sapere quanto forzata sia stata l’operazione di far uscire il suono raschiante di brani come La Città Dormitorio, Fecondità, Formidabile, Leda, La Noia o Narrazione; fatto sta che, procedendo per parallelismi, i brani suonano freschi non come outtake di materiale degli anni Novanta, bensì come punto d’incontro fra le diverse anime della band di Cuneo. Sono brani corali, come corale è quel capolavoro di MK, da muri chitarristici altissimi (Narrazione, La città dormitorio) che fanno ricordare la potenza altezzosa e impetuosa dei live di un tempo, ma, allo stesso tempo non fanno rimpiangere le code sognanti e lunghissime, quell’anima passionale e intensa – da Trasudamerica, Sonica o Nuotando Nell’Aria per intenderci – che può avere un brano come Formidabile.
I Marlene Kuntz, dunque, se ne sarebbero potuti uscire con un disco in stile Senza Peso, dalle sonorità intermedie ma comunque interessantissime, ma alla fine hanno optato per assecondare la creatività generale che li ha portati a non poter far a meno delle derive più morbide. A essere onesti, a questo tipo di morbido avremmo preferito un cantautorato-garage alla Nick Cave che pure sarebbe stato in piena sintonia con l’attitudine della band, ma, per la sua maturazione e dovendo tirare le somme, non si può che concludere che la Lunga Attesa è un felice ritorno.
Amazon
