Recensioni

È strano di come in Martin Rev la dimensione performativa sia ineludibile (quando non necessaria). Strano e quasi paradossale, data la consueta performance: lui immobile nei suoi grandi occhiali, in piedi sul palco. Affianco il synth con preset e sample pronto per essere percosso (in duo) oppure, semplicemente lanciato (in solo). Gli sporadici interventi al microfono, poi, svelano una voce flebile: prima ci cantava i bubblegum favoriti a mo’ di American Graffitti ridotti all’osso, ora se ne viene fuori con quest’opera o operetta spettrale che sembra una presa in giro dei Settanta dei progger più deleteri.
Curioso poi come i live Rev-iani si basino sulla presenza scenica e non sull’accatastamento di tastiere sul palco. E il fatto, la presenza, risulta fondamentale pure nell’austerità del nuovo lavoro del Suicide in solo: la presenza (di uno assente come lui) ad assurgere a unico valore. In cuffia l’effetto non cambia. Lo percepiamo dentro ai riff medio-bassi degli archi sintetici che danno forma e sostanza a Stigmata, agli inserti più esplicitamente elettronici (Sinbad’s Voyage), a quelli midi-atizzati (Paradisio), ai sussurri di gola, che punteggiano come un’intonazione spettrale il ritmo senza percussioni delle tracce.
Tolto questo la musica si presenta come una collezione di bozzetti digitalmente orchestrali, mai sinfonici, anti-ouverture verrebbe da dire, appunti arrangiativi che si creano e come sono nati si spengono. Sono impalabili e gli assomigliano e di converso gli fanno gioco. Lui così fuori da tutto, così vulnerabile e menefreghista. Così personaggio. Proprio questa curiosa e impenetrabile personalità ci spinge a un insperato apprezzamento.
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