Cult Movie

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Come ci si sente a essere Bob Dylan? Controverso, sfacciato, arrogante, acuto; uno spirito libero e ramingo, che ha sempre rifiutato, nonostante tutto, di essere una bandiera, un simbolo. No Direction Home è il viaggio appassionato del regista Martin Scorsese nell’universo dylaniano, tra luci ed ombre: gli inizi folk, la consacrazione, la svolta elettrica, il “tradimento” e il divenire incessante di un irripetibile artista. Un altro degli antieroi scorsesiani?

Visions Of Dylan

 

  “Questo film per me è un atto d’amoreIl punto era capire come un artista crea la sua visione, quale sia la voce che ascolta, la sua dentro di sé o quella degli altri, anche a costo di tradire il suo pubblico”.Martin Scorsese, Bologna, novembre 2005

Film-documentario per la tv nella serie della PBS American Masters, in onda in due parti a settembre in America e uscito a novembre in due Dvd per la Paramount, No Direction Home è l’ennesimo, sorprendente viaggio dell’eclettico Martin Scorsese nella musica, sua passione da sempre. Da Woodstock(1970), cui è stato assistente alla regia e al montaggio, al mondo del jazz di New York New York (1977), a The Last Waltz (1978) che testimoniava il concerto dell’addio di TheBand, alla serie di film The Blues – di cui è stato coordinatore, dirigendo Dal Mali al Mississippi (2003) – il regista americano continua a tracciare una serie di coordinate all’interno del suo universo musicale.

Con un montaggio fluido e non sequenziale, tra passato e presente, Scorsese lascia emergere passo dopo passo la prorompente personalità di Dylan, la sua matrice artistica e il suo costante divenire. Dall’infanzia in Minnesota all’assunzione del nome d’arte, passando in rassegna tutte le sue maggiori influenze musicali (da Hank Williams a Woody Guthrie) e documentando passaggi cruciali come l’arrivo a New York e il festival di Newport del 1965, il regista ripercorre le vicende di Robert Zimmerman fino alla realizzazione di Blonde On Blonde e all’incidente in moto dell’estate ’66. Attraverso una ricostruzione fedele e accuratissima del clima culturale, politico e sociale dell’America dei primi anni ’60 (dal sostrato sociale della musica folk, le sue implicazioni culturali, la sua funzione – contro – culturale assunta all’interno del Greenwich Village), grazie a numerosissime testimonianze (da Dave Van Ronk a Maria Muldaur, da Joan Baez a Allen Ginsberg a Suze Rotolo, da Pete Seeger ad Al Kooper), filmati rari (spezzoni dal film Festival di Murray Lerner sulle partecipazioni a Newport del 1963 e 1964) e non (i documentari Don’t Look Back e Eat The Document di D.A. Pennebaker, girati durante i tour inglesi del ’65 e del ’66), Scorsese tratteggia un quadro appassionato, che scorre senza momenti di stanchezza per oltre tre ore. A fare da collante, Dylan stesso si racconta, come mai si era visto: in primo piano, guardando in camera, non sfugge, sorride, caustico e ironico, a suo modo sincero e autentico.

Quale può essere quindi il senso di un film di Scorsese su Dylan? Aldilà di ogni intento meramente celebrativo, No Direction Homeè soprattutto un ritratto della personalità dell’artista: controverso, sfacciato, arrogante, acuto; uno spirito libero e ramingo, che ha sempre rifiutato, nonostante tutto, di essere una bandiera, un simbolo. Un poeta e un balordo, un intellettuale e un ragazzaccio al tempo stesso. E in questa chiave, la cosiddetta “svolta elettrica”, documentata a partire dalle session per Bringing It All Back Home, attraverso la già citata apparizione a Newport nel 1965, fino al discusso e contestatissimo tour inglese del 1966 (da cui sono tratte eccezionali esibizioni insieme a quella che diventerà The Band, usate non a caso come filo conduttore sin dall’inizio del film) ha un ruolo cruciale nel mettere a fuoco le caratteristiche fondamentali del Dylan uomo e artista, due dimensioni di fatto inscindibili. Quello che allora fu preso come un vero e proprio tradimento, diventa emblema della sua parabola, della sua caparbietà nel rivendicare la propria indipendenza artistica, politica e intellettuale, anche a scapito della sua stessa immagine.

Il “vero Dylan” non è la bandiera ostentata dal movimento folk, dagli attivisti di sinistra, da tutti quelli che vedevano in lui la voce di una contestazione generazionale nascente; è quello che, sprezzante, elude e ridicolizza i giornalisti e le loro assurde domande; quello che litiga con il pubblico “tradito” e prende in giro chi lo chiama “Giuda!”; quello che, contro chi lo vorrebbe un servo della sinistra (o della destra), si dichiara un “menestrello indipendente”. Dylan diventa così un simbolo del pensiero indipendente, della libertà di coscienza dell’artista, un libertà rivendicata spesso in maniera scomoda e assolutamente peculiare al suo personaggio (caustico il suo commento a proposito: “Ero un outsider, volevano farmi diventare un insider!”). Occhiali scuri, vestito a quadri e sigaretta perennemente accesa, il Dylan del 1966 finisce per incarnare il tipico personaggio scorsesiano. La già nota passione per la musica del regista si sposa con la predilezione per le personalità fuori dall’ordinario (dal Travis Bickle di Taxi Driver all’Howard Hughes di The Aviator), la cui marginalità ed eccezionalità ne costituiscono i caratteri distintivi; No Direction Home non è quindi un semplice documentario, quanto l’ultimo tassello di una parabola cinematografica che, pur tra alti e bassi, riserva ancora sorprese.

16 Gennaio 2006
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