Recensioni

Prima di No Direction Home, le strade di Scorsese e di Dylan si erano già incrociate, pur se indirettamente, nel 1976, quando il regista fu contattato da Robbie Robertson per filmare il concerto di addio di The Band,The Last Waltz. Dopo sedici anni di vita on the road, lo storico ensemble decide di interrompere il suo cammino; una scelta sofferta, non condivisa da tutti i membri (Levon Helm in testa) ma in qualche modo necessaria. La location è il Winterland di San Francisco – il primo luogo in cui il gruppo si esibì con lo storico nome -, il giorno stabilito è il Thanksgiving; a far da cerimonieri, superstar e amici come Ronnie Hawkins – il primo leader of The Band -, Neil Young, Joni Mitchell, Van Morrison, Eric Clapton, Muddy Waters, Ronnie Wood, Ringo Starr e naturalmente Bob Dylan.

Anche se non c’è un budget e alcuni dettagli sono ancora in discussione, Scorsese entra immediatamente nello spirito del progetto: fa allestire il palco come un set teatrale con tre grossi lampadari e tendaggi rossi, studia a memoria la scaletta dello show e la struttura dei brani per trarne una sceneggiatura, posiziona le camere ad hoc per ottenere effetti diversi di luce a seconda del momento da immortalare e, la sera dello show, anche se mimetizzato, è sul palco a dirigere in prima persona.

Concluso il concerto – che il regista definirà “serrato come un incontro di boxe” – e filmate delle performance in studio di brani non eseguiti dal vivo (oltre al suggestivo Last Waltz Theme, in cui i Nostri suonano come un’orchestrina di old time music, una strepitosa The Weight con gli Staples Singers e un’immersione nella musica roots insieme a Emmylou Harris per Evangeline), Scorsese e Robertson pensano di realizzare una serie di interviste per tracciare idealmente il cammino percorso dalla Band. Tra storia e mitologia rock, ecco affiorare dalle parole dei protagonisti aneddoti di vita sulla strada, gli inizi difficili, la scoperta di New York, la storia del nome, l’isolamento beato di Woodstock, le donne, gli intenti artistici, il futuro…

Il risultato finale di quel lavoro esce nelle sale nel 1978, ed è subito chiaro come l’arte di un professionista come Scorsese (che ai tempi ha già realizzato film del calibro di Mean Streets e Taxi Driver) abbia segnato un passaggio cruciale nella filmografia rock. The Last Waltz non si limita a proporre sterili immagini d’archivio come precedenti operazioni analoghe, ma è costruito e strutturato come un vero e proprio film. Un film che, all’alba dell’esplosione della new wave, finisce per raccontare (nelle parole dello stesso regista) “la fine di un’era”, attraverso la celebrazione di quello spettacolare periodo sociale e culturale che furono gli anni ’60, di cui la Band incarna pienamente l’essenza, musicale e non.

Nonostante le celebri comparse, i protagonisti assoluti restano sempre loro: Rick Danko e Robbie Robertson, frontmen dinoccolati e fascinosi, insieme a un ispirato e travolgente Levon Helm a fare da contraltare dietro i tamburi, con Richard Manuel e Garth Hudson a tessere nell’ombra le trame di un sound immortale. Tra rese splendide di classici come Up On Cripple CreekThe Night They Drove Old Dixie Down Stage Fright e confessioni informali di fronte alla camera tra un bicchiere e una partita a biliardo, Scorsese riesce a catturare lo spirito di questo eccezionale ensemble di musicisti, tramandando ai posteri l’anima della loro musica, il loro spirito selvaggio, la loro amicizia, la coscienza di essere parte di qualcosa di unico, oltre lo stesso Dylan. I cinque si prodigano in esibizioni cariche di perizia e passione, proprio come se ogni nota suonata dovesse essere l’ultima (vedi It Makes No Difference con un Danko stellare, o il bis Don’t Do It), forti di una presenza scenica impressionante e di una coesione ed interplay invidiabili.

-Tra le apparizioni degne di menzione, Van Morrison in un’intensa Caravan e Joni Mitchell in una vigorosa versione di Coyote, mentre il Neil Young strafatto di coca che intona Helpless è a suo modo un’icona delle follie che costellavano la vita on the roaddi quei tempi (tanto che il suo manager Elliot Roberts impose a Scorsese il taglio di alcuni fotogrammi – diciamo così – compromettenti… ). A far la parte del leone è ovviamente luiil vecchio compagno di sempre, Bob Dylan. Con una toccante Forever Young, unaBaby, Let Me Follow You Down al fulmicotone e il gran finale “all star” di I Shall Be Releasedcala il sipario su una delle collaborazioni più celebri del rock, nonché sul legame del tutto speciale che univa gli uni (per aver trovato un’identità definita a Woodstock ai tempi dei Basement Tapes) all’altro (per aver trovato qualcuno che “mettesse la testa tra le fauci del leone” insieme a lui ai tempi del tour inglese del ’66).

L’impressione è che la Band si sia sciolta al culmine della forma, in un arrendersi pacifico ai “tempi che cambiano”. Perché “a un certo punto i numeri cominciano a far paura”, dichiara Robertson di fronte alla camera, “non potrei vivere con vent’anni on the road sulle spalle”; poco importa se a tenere fede al patto dell’ “ultimo valzer” sarà il solo chitarrista (i suoi compagni infatti torneranno ad esibirsi a partire dal 1983, e continueranno fino a tempi recenti, anche se segnati dalle scomparse di Manuel e Danko). The Last Waltz è, in tal senso, una lezione di vita, una resa al mito del rock nella consapevolezza di farne parte (“Hank Williams, Buddy Holly, Jimi, Janis, Elvis… la strada non risparmia nessuno. A un certo punto devi fermarti”). Ma ancor di più, il film di Scorsese è l’ideale incontro tra due arti, musica e cinema, che si compenetrano e si nutrono della stessa, smisurata passione.

In occasione del venticinquesimo anniversario, The Last Waltz è stato pubblicato in DVD con contenuti speciali e sotto forma di un boxset di quattro cd edito dalla Rhino, contenente la versione integrale del concerto e la colonna sonora del film.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette