Recensioni

«In un periodo in cui le energie disponibili per tutte le piccole cose della vita quotidiana erano ai minimi termini, la composizione di questo album è stata la prima forma di terapia. Dovevo cercare chi fossi, in un momento in cui non avevo più forza. Svegliarmi ogni giorno e comporre era un modo per riguadagnare la mia identità e ritrovare il mio equilibrio». Parla così del proprio album di debutto Martina Bertoni: musica come terapia e come ragione stessa di vita, rendendo chiaro da subito il senso di All Ghosts Are Gone. La formazione di Bertoni è quella della violoncellista classica, ma la sua curiosità l’ha presto spinta in altri territori. Sono nate così le esplorazioni delle tradizioni folk, la composizione di soundtrack per cinema, tv e balletto, magari in collaborazione con Teho Teardo, sotto il moniker Modern Institute.
In solitaria sono arrivati invece due EP che hanno esplorato il rapporto tra violoncello ed ambient/noise. Del 2018 è In A Paradise You Would Be Happy, ispirato da architetture brutaliste, in stile DDR della zona di Berlino dove risiede. L’anno scorso, invece, è stata la volta di The Green, mappatura sonora delle Scuderie Reali durante una residency torinese. Ottime premesse, che però non hanno adeguatamente preparato alla forza del nuovo album, dotato di un’idea complessiva precisa, eseguita (tutto è registrato e suonato in autonomia da Bertoni) con attingendo a tutto l’armamentario sonoro e artistico fin qui messo nello zaino dalla violoncellista. Per riuscirvi, Bertoni dichiara di essersi messa nella condizione – perfetta per un artista – di esplorare ciò che le era sconosciuto e, per questo, desiderare che “il mio violoncello suonasse completamente alieno”. Missione riuscita per l’intera durata dell’album, in cui il suo lo strumento d’elezione è missato in modo da sembrare sempre contemporaneamente lontano e vicino, perfettamente amalgamato al materiale elettronico (droni, field recordings, loop e quant’altro) ma allo stesso tempo estraneo, incombente in un modo subdolo. È uno dei segni della raffinatezza delle registrazioni. Anche il violoncello stesso riceve un trattamento, con suoni che vengono raddoppiati, stretchati, per ottenere quell’effetto “granuloso, opaco e polveroso” che la compositrice voleva ottenere: «non volevo melodie o armonie. Volevo scavare profondamente dentro le texture sonore che il mio violoncello poteva produrre. Volevo strati e strati e strati di suono. Volevo imparare a ipnotizzare».
E a ipnotizzare l’ascoltatore, questo All Ghosts Are Gone, riesce benissimo. Al punto che quando l’unica voce del disco appare nella conclusiva Notes at the End of the World, in un diretto parallelismo tra distruzione e ricostruzione tra viaggio interiore e aftermath atomico, colpisce come la voce dell’ipnotista che risvegli l’ipnotizzato e lo metta di fronte alle macerie del proprio percorso con uno sguardo finalmente lucido.
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