Recensioni

Quando, nel 2009, approdò all'album di debutto, Great Lengths, il sound di Martyn ragionava dubstep ma parlava un linguaggio techno/house piegato lungo articolazioni vocal (i featuring di Spaceape e dBridge) e dimestichezze strumentali. Un percorso che avrebbe raggiunto il climax con la Triangulation di Scuba, mentre, nel frattempo, il procucer cambiava forme e maturava nel Fabric 50 scambiando, nel contempo, remix con Zomby, Redshape e FlyLo.
Per la Brainfeeder di quest'ultimo esce dunque un disco che non ha più niente a che fare con il dubstep e nemmeno con i ritmi funambolici dei dj set londinesi (Roska, Kode9), la svolta guarda decisa alle retroguardie dance, ovvero quella early techno e house che è oggi materia prediletta di dozzine di producer – dalla Hercules Family alla Crosstwon Rebel e al nuovo Luomo ecc. – compresi quei "precursori" del lost club Actress e Zomby, che tante volte sono finiti nei suoi set.
In questo disco la loro influenza si sente parecchio ma, attenzione, Ghost Dance non si traduce in una semplice risposta a Where Were You In '92. Certamente è un ritorno all'Inghilterra di inizio Novanta, alle prime produzioni del Regno emancipate rispetto agli States, e a una broda di deep, bass, hip e naturalmente rave degne dell'Hacienda, ma Martyn è uno sgamato che rimette in discussione ipotesi diverse e ricombinatorie, magari ripensando alle zone di confine tra idm e techno delle pubblicazioni Warp 90-92, magari strizzando l'occhio agli 8bit che abbiamo sentito di recente in Dedication (sempre Zomby).
Viper, messa all'avvio, cala Knuckles negli enigmi su bit-poveri di Zomby che ritroviamo, sciolti, anche nella splendida old time deep di Masks, in Ghost People il remember rave si riempie d’effetti glitch e tocchi theremin, Distortions re-introduce lo stepping in levare svincolando su groove ambient house e così via; attraverso un bel po’ di groove vintage house, qualche krauto (Love And Machines), una citazione Orbital (il quasi plagio We Are You In The Future), e un'incursione hip house (Popgun), il producer se ne esce con un disco che trova la quadratura tra un remember pulsante (si balla) e smalti d’elettronica d’ascolto (ci si estranea).
Un bel salto sul carrozzone della retromania per Martyn che si riconferma producer duttile e ricettivo (ma non più un innovatore).
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