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7.5

Spirito inquieto ed esploratore, negli ultimi trent’anni il giapponese Masaki Batoh ha vissuto già quelle che potremmo definire diverse carriere. Dopo l’esperienza psych declinata rock con i Ghost e poi quella declinata folk nel supergruppo The Silence, Batoh ha sperimentato con la musica generato sfruttando le onde cerebrali (Brain Pulse Music) e prodotto almeno un capolavoro psych-folk in compartecipazione con la svedese Helena Espvall (Overloaded Ark). Nel mentre ha anche realizzato altri tre dischi in solitaria e continuato a cercare di unire come puntini tradizioni apparentemente lontani. È così che se il suo autore può tranquillamente essere definito un cittadino del mondo, in una sorta di internazionale della psichedelia (e non solo), il distillato di questa sua ricerca personale, qui giunto al quinto episodio licenziato esclusivamente a proprio nome, può a ben donde essere definita world music. Ovviamente, a modo suo.

Registrato completamente in analogico, chiamando a sostegno musicisti dei suoi precedenti gruppi, Smile Jesus Loves YOU esce per il momento solamente in digitale: la versione fisica verrà alla luce quando i governi capiranno che la musica è bene essenziale per la sopravvivenza, anche – e forse soprattutto – nell’isolamento delle nostre piccole case di neoproletariato, tradite più dall’economia globale e globalizzata gestita da personaggi poco capaci (è una delle riflessioni di Batoh che accompagnano l’uscita del disco), più che da un virus. In questo senso, il concetto spurio di world music che si può applicare alla musica di Batoh, in questi tempi bizzarri, sembra trovare un ulteriore significato di mediazione, sincretismo, fil rouge.

Prendete un brano come Sarabanda, una composizione classiccheggiante per chitarra sola. La sarabanda è una danza in tre che ha le proprie origini nel Guatemala o nel Messico precoloniale, ma che durante il Siglo de Oro attraversa l’Atlantico da ovest a est, per diventare una forma utilizzata da svariati compositori colti europei, da Bach a Britten, come una sorta di vendetta: una forma folklorica che – per la gioia di Umberto Eco, che aveva teorizzato l’inesistenza della  distinzione tra cultura “alta” e “bassa” – si insinua nei salotti e nei teatri della raffinata aristocrazia di Vienna e Londra, Madrid e Monaco. E qui, Batoh vi scava dentro fino a trovarci un punto di contatto con la propria idea di psichedelia. Lo stesso avviene nella splendida cover Pobrecito mi cigarro, un brano di uno dei miti personali del giapponese, Atahualpa Yupanqui, argentino metà basco e metà quechua, che potremmo descrivere come una versione latinoamericana del Garcia Lorca che fa l’etnomusicologo e studia il flamenco. Senza stravolgimenti, ma limando e traducendo il testo in giapponese, Batoh la trasporta in un’altra dimensione, dove lo spirito di John Barleycorn e quello del folklore andino parlano la stessa lingua.

In questa personale ricognizione world, Batoh trattiene l’esperienza maturata con la Espvall (House of Serpent) e la accosta alla nuggetsdelia (Speculum) e a un primitivismo a là Glenn Jones (Banjo Suite). Fa il miracolo quando apre una porta percettiva tra le cornamuse di folklorica tradizione con la kosmische musik e il free form (Shrine Coke) e nei dodici minuti della title track: una suite che è una sorta di omaggio alla manopole di sintonizzazione della radio, per cui passare da una composizione per piano solo a un rock sbilenco era una questione di gradi, non di generi. Chiude con una seconda cover, andando a scegliere uno dei brani più drone-oriented del catalogo di Jimi Hendrix, quella Are you experienced? ispirata alla musica indiana che sembra anche essere una sorta di risposta ottimista alla decadenza umana di chi comanda oggi: si può essere pronti, ci può essere una chiave che apra le porte della percezione e Batoh ce la sta porgendo. A modo suo.

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