Recensioni

7.3

Ascoltando il nuovo lavoro di Massimiliano Larocca mi viene da pensare a come i dischi migliori si muovano sul sentiero sottile tra equilibrio e disequilibrio, sempre sul punto di inciampare e proprio per questo, in questo, capaci di produrre bellezza. Una bellezza viva perché problematica, tanto più intensa quanto più intrisa di coraggio e avventatezza. Larocca è un cantautore ambizioso non tanto per i risultati commerciali quanto per la qualità della proposta, ed è per questo che in tutti questi anni – ne sono passati quasi venti dall’esordio – non ha mai smesso di cercare la propria autentica voce. Per lui raccontare e cantare, musica e letteratura, sbocciano da uno stesso fusto, crescono nella stessa direzione. Alla luce di questa convinzione sono nati lavori riusciti – tra cui Qualcuno stanotte del 2012 e Un mistero di sogni avverati del 2016, quest’ultimo impegnato a mettere in musica nientemeno che Dino Campana – che però non risolvevano del tutto a mio avviso la dicotomia di fondo: lasciavano cioè che tra musica e testo rimanesse un solco, il vassallaggio di una verso l’altro e viceversa.

Con Exit | Enfer, suo sesto album da solista, Larocca alza decisamente l’asticella e soprattutto sembra mettere al centro dell’obiettivo la suddetta questione, venendone a capo del tutto o quasi. Decisiva la scelta del produttore artistico, uno Hugo Race da tempo in stato di grazia, di cui Larocca ha evidentemente sposato la vena aperta a contaminazioni elettroniche e ambient. Tanto vale spendere subito altri nomi tra quanti hanno collaborato all’album, come se fossero altrettante coordinate sonore: Howe Gelb, Don Antonio, Enrico Gabrielli e Lorenzo Corti. Il risultato è un impasto assieme cupo e ricercato, un’oscurità bulinata di bagliori, un blob suggestivo e inquietante che definisce la dimensione in cui si consumano riflessioni, ricordi, evocazioni, disamine, tutto un catalogo romantico e tremendamente disincantato nel quale il crooning di Larocca adempie al ruolo di luce (nera) guida.

Dicevo sopra della problematicità: pur azzeccando momenti molto curati dal punto di vista delle orchestrazioni (come la solenne Il giardino dei salici e il melò indolenzito di Si chiamava Lulù), a dominare nel resto del programma è un sound magmatico e cangiante, il suono stesso di una crisi mentre si compie, blues-folk che sembra trasformarsi senza posa in qualcos’altro, nel fantasma futuribile di sé. È come se una memoria ferita rimettesse in circolo preveggenze e rimpianti, prospettive interrotte e sentimenti ramificati, il sapore acido delle illusioni trafitte dalla realtà.

Mi pare più che legittima la scelta di Cose che non cambiano come primo singolo, uno di quei pezzi potenzialmente in grado di entrare in simbiosi con l’autunno (quando si dice la meteoropatia) grazie a quel fatalismo un po’ guitto che batte in un cuore straziato ma ancora vivo. Volendo poi citare altre canzoni (nessuna meno che buona), direi senz’altro Fin du monde – introdotta da un ineffabile Gelb al piano – per il suo srotolare visioni catastrofiche con la disinvoltura sfuggente del Leonard Cohen altezza The Future, quindi (Eravamo) Orfani per come procede in un ruminare nervoso di chitarre, organo e ance da stringere le ossa. La stanza è un altro pezzo che colpisce duro con attrezzi sofisticati, il testo è un quadro desolato (e persino tragico) immerso in un’apnea Japan e Scott Walker, mentre Il regno è una filastrocca folk/blues tra allegoria e distopia, tipo una Samarcanda riesumata per farne processione crepuscolare sulle macerie della post-modernità.

Exit | Enfer mantiene insomma le premesse annidate nel titolo: suggerisce traccia dopo traccia e parola dopo parola come caduta e rinascita siano due stati intimamente legati, come l’una presupponga l’altra e come si aprano continuamente varchi sulla nostra strada, mettendoci di fronte alla necessità di scegliere o almeno di comprendere. Tutto ciò accade attraverso un suono che scava, si accartoccia, si distende, ipotizza un qualche tipo di stabilità, s’immagina vivo e significativo in un futuro ostile. Ed è in questa tensione, in questo cercarsi, che trova una forza insospettabile.

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