Live Report

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Alla fine, è tutta una questione di aspettative. È questa la sensazione principale che resta uscendo dalla Cavea dell’Auditorium. Se si arrivava preparati, consci di alcune informazioni sul set dei Massive Attack, la soddisfazione per un live di una band così importante sarebbe sicuramente stata alta.

Ci saremmo dovuti aspettare un pubblico già pronto ad applaudire quando forse c’era da stare in silenzio, o magari l’estasi dei tifosi romanisti quando sullo schermo è apparsa, tra le altre news usate dalla band come visual, la notizia di un nuovo acquisto della squadra della capitale. Come del resto ci saremmo dovuti attendere una Teardrop cambiata lievemente nell’arrangiamento, pronta a spiazzare un pubblico che solo quando è partito il cantato di Martina Topley-Bird ha lasciato esplodere il boato di prammatica. E poi: un Daddy G ormai ridotto a semplice cantante a rotazione con la già citata Topley-Bird, Deborah Miller ed Horace Andy (che magari sarà un po’ fuori sincrono, ma ha ancora una gran voce). E dio solo sa quanto questo faccia male a chi la band l’ha sempre vista come un collettivo.

Al netto di tutto ciò, di un’acustica in alcuni tratti forse non all’altezza e di un comparto visual che nella sua critica al capitalismo è ormai diventato stantio nonostante la sua spettacolarità, i Massive Attack (e 3D in primis) non hanno avuto difficoltà ad imbastire uno show come si deve. La spettacolarizzazione qui è semplicemente un modo per veicolare i pezzi, non per mascherare la mancanza di valore del repertorio. D’altronde, il parco canzoni è quello che è: pure gemme di suono e mood che ancora riescono a parlare ai contemporanei, che ancora risultano attuali nonostante la velocità dei cambiamenti degli ultimi anni.

In un clima che finalmente è tornato a dare respiro alla città, il set è stato diviso da un lato in brani recenti – e magari meno interni all’immaginario collettivo – ad aprire (come Battle box 001) e, dall’altro, in una lunga cavalcata nella carriera dei Massive Attack. In alcuni casi è parso di sentirle, la maniera e il mestiere, soprattutto nei brani con meno presa sul pubblico, e che pertanto sono stati più incentrati sul lato fisico, ballabile. Poi ci sono stati gli altri Massive Attack, quelli che si mangiano le aspettative e fanno venire letteralmente i brividi: una Unfinished Sympathy in chiusura che è puro oro col pubblico ormai in delirio, una Angel che è forse la perfetta congiunzione di anima e cuore, una Safe From Harm funkeggiante e fresca. E poi i brani di Heligoland a dimostrare dal vivo che forse quell’album tanto male non era, fino a uno dei numeri (con Angel) migliori della serata: la Future Proof apertura di 100th Window che è il ponte perfetto tra ciò che i Massive Attack erano e ciò che sono diventati. E che si spera tornino ad essere, magari presto.

11 luglio 2014
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