• Nov
    19
    2012

Ristampa

Virgin

Add to Flipboard Magazine.

Dopo la frenesia della stagione acid house, cavalcata a dorso dell’ecstasy, della Summer of Love 1988, di Ibiza nuova Woodstock permanente, da una parte l’hardcore inglese stilizza le sue frange breakbeat nella jungle e nelle eleganti figure della drum’n’bass, dall’altra, anche grazie alla routine post-rave di far riprendere gli smiley-heads con musica calma e rilassante – chill out – si diffonde una certa sensibilità orientata al rallentamento dei ritmi e alla costruzione di pezzi avvolgenti, da ascoltare più che ballare.

Il trip hop è figlio di questa sensibilità downtempo: da una parte l’etichetta andrà a designare – confermando un suo legame coi breakbeat – l’hip hop strumentale, cinematico e psichedelico e l’arte del sampling esposta con gusto e disinvoltura jazzistici di gente come Dj Krush, Dj Shadow e gli altri dei roster Mo’Wax e Ninja Tune; dall’altra l’hip hop soul cantato e dominato dalle voci femminili che si sviluppa a Bristol tra fine anni Ottanta e primi Novanta. A darne embrionale ma già perfettamente compiuta formulazione sono i Massive Attack di Robert 3D Del Naja, Grant Daddy G Marshall e Andy Mushroom Vowles, filiazione del collettivo The Wild Bunch da cui provengono anche il vero e proprio membro aggiunto Adrian Tricky Thaws e il Nellee Hooper anima dei Soul II Soul e divulgatore dello spirito trip hop nelle sue produzioni di successo.

Il 1991 è un annus mirabilis, escono – tra gli altri – Out of Time, Spiderland, Sailing the Seas of Cheese, Gish, Metallica, Cypress Hill, Mr. Bungle, Leisure, Ten, Screamadelica, Bloodsugarsexmagik, Nevermind, The Low End Theory, Badmotorfinger, Goat, Loveless, Achtung Baby, 2Pacalypse Now, Dangerous, dischi importanti se non capitali che fanno sintesi e aprono nuove vie, e in questa teoria si inserisce anche Blue Lines, ristampato adesso dalla Virgin, rimasterizzato dai nastri originali e disponibile anche in lussuosa versione doppio vinile e dvd audio.

Blue Lines spiega così il trip hop sul suo nascere: l’apparato tecnico ed estetico dell’hip hop piegato – morbidamente – per creare suadenti canzoni pop – non è un caso che tutto fosse cominciato con una cover di The Look of Love – che strizzano l’occhio al club, ma stanno fuori dai club, avvolte nel velluto della tradizione black e del soul in particolare (la cover Be Thankful for What You’ve Got, con un trattamento che è già scarto hauntologico alla Dean Blunt & Inga Copeland), con l’attitudine street in uno sfondo fumoso, tutto echeggiante suggestioni giamaicane (Horace Andy a scandire il funky-gospel di One Love – che campiona You Know, You Know della Mahavishnu Orchestra – e Hymn of the Big Wheel).

Una formula che dire vincente è un eufemismo e che arriverà fino alle pubblicità della Swatch e alla muzak dei negozi Stefanel (e fino a Bon Iver, Clams Casino, James Blake, SBTRKT, The Weeknd, Jamie Woon, Frank Ocean, gente diversissima accomunata dalla riscoperta dell’anima soul del pop), con Unfinished Sympathy addirittura nelle poll delle più belle canzoni di sempre e che in ogni caso regala a Moby la formula del fortunatissimo Play (loop di voci blues lontane e crescendo emozionali). Guidati dalla voce di Shara Nelson e dal rap di 3D, Daddy G e Tricky, qui ci sono nove brani asciutti senza una svirgolatura, che stabiliscono uno standard.

Verrà il perfezionamento personale attraverso Protection e fino a Mezzanine e a quella Teardrop graziata dalla pulsazione cardiaca rubata al jazzman Les McCann e dalla voce non terrena di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins (e verrà anche l’usura della cifra stilistica di Heligoland); verrà il Tricky di Maxinquaye e quello divino senza troppi attenuativi di Nearly God; verranno i Portishead di Dummy; verrà l’ingolfamento del genere in un eccesso di tentazioni mistilinguistiche e crossover. E verrà Burial – aggiungete eco e polvere al rullante della title track – e avrà i loro occhi, come dimostra la missione (im)possibile Four Walls, a chiudere il cerchio. Ma qui, dietro quella fiamma e tra quelle righe blu, c’è tutta la freschezza delle primizie e la forza dolce dei classici.

15 Dicembre 2012
Leggi tutto
Precedente
Anthony Phillips – City Of Dreams Anthony Phillips – City Of Dreams
Successivo
The Barbacans – No Hits For The Kids The Barbacans – No Hits For The Kids

album

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite