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7.5

Registrato dal vivo il 9 luglio 2010 da un ensemble di trenta elementi a Montreal, Les Gens De Couleurs Libres è il primo capitolo di Coin Coin, serie di dieci pubblicazioni a nome Matana Roberts. Ogni capitolo sarà un omaggio a un’antenata di Matana, nome che in ebraico significa “dono”, e che introduce con una proprietà transitiva linguistico-musicale a un mondo, intimo e radicato, ma anche stratificato in alberi genealogici e vicende di genti. Di colore, ovviamente.

Non è la prima volta che personalismo e intensità, nel jazz, coincidono. Il genere black per eccellenza è una storia fatta di grandi protagonisti che si mettono in gioco. O si difendono dalle agonie della vita con il proprio strumento e le proprie pratiche improvvisative. Matana ha una personalità e una disinvoltura con il mezzo (il sax alto) che regge il confronto con i grandi anticipatori, leggasi nel capitolo free jazz, e alla voce Ornette Coleman e Anthony Braxton, da cui desume la scrittura grafica delle partiture), ma anche Coltrane o Don Cherry.

Non si può che partire dalla sua persona per analizzare la grandezza – che c’è, è presente ad ogni secondo – del disco con cui Matana si mette al centro del collettivo (e dell’appartenenza al collettivo AACM – Association for the Advancement of Creative Musicians – e del giro chicagoiano e di Montreal) e impone l’individuale. Un tuffo nel passato nero più militante e inquieto, quello della New Thing, per esempio, con appigli alla contemporaneità, al passato ancor più lontano (Kersalia che diventa un charleston, Libation For Mr. Brown: Bid Em In… che si regge su un gospel senza tempo) e con citazioni alla Art Ensemble of Chicago, a cui la Roberts si rifà esplicitamente. Trilli free, urla catartiche, momenti di spoken word essenziali per un computo narrativo. Come se in prima persona fosse il sax a parlare – e la band con lui, come coro della stessa personalità, e le parole fossero necessarie proiezioni, puntualizzazioni, messe in discorso indiretto libero e comunque semplificanti.

In sostanza, ciò che ci dona Matana è un – notevole – nuovo esempio di quella cacofonia di fondo, di quel rumore che si sprigiona come se provenisse dal big bang, come se ci facesse tornare alla deflagrazione originaria, che è il free jazz – ancor più se miscelato con le esperienze extra jazz (sia a Chicago che a Montreal) di cui Matana Roberts si è arricchita. Il risultato diffonde grande energia, trova stati di grazia. Ed è solo l’inizio.

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