Recensioni

7.3

Giocare coi sensi è sempre stato, tra le tante altre cose, un cruccio dei Matmos. In RGB [An Audio Spectrum], ispirandosi al colore blu, i Nostri avevano suonato per una quindicina di minuti cubetti di ghiaccio e vetro; in The West, un road trip da San Francisco a Los Angeles (e ritorno) aveva fornito una traccia tematica per un’indimenticabile jam allaragata a dieci elementi tra macchine, uomini, strumenti, droni e cut up. In California Rhinoplasty, da campionamenti presi da uno studio di chirurgia estetica, il duo ci aveva fatto ascoltare della cartilaginosa glitch house in stile Matthew Herbert / Dr. Rockit, mentre in The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast – dedicato a una decina di icone gay scomparse – condensato nel massimalismo del precedente The Civil War l’intero spettro estetico della gay culture di ieri e di oggi.

Dopo una immersione di tastiere analogiche (Supreme Balloon) e una collaborazione con il quartetto di percussionisti/concretisti So Percussion (Treasure State), entrambi progetti rivolti al lato più jammato della loro attività, Drew Daniel e M.C. Schmidt tornano quindi a sondare i rapporti da occhio e orecchio, pop e avanguardie, in un ritrovato lavoro concettuale che intende, se è possibile, superare il numero delle suggestioni estetiche e soniche finora espresse. Per farlo occorreva un nuovo escamotage, un nuova potente idea che si è ben presto sposata con un adattamento dall’esperimento di percezione e trasmissione extrasensoriale noto come Metodo Ganzfeld. In pratica, le suggestioni per la composizione delle tracce sono arrivate direttamente da una serie di cavie munite di occhialini di plastica (quelli della copertina) che ascoltando white noise, hanno descritto attraverso parole e immagini l’idea del disco fornita (ehm… telepaticamente) dalla coppia. Gli esperimenti sono continuati per ben quattro anni fornendo le linee guida per le singole composizioni: dalle mesmeriche tracce vocali sono nate le parti melodiche (il lato “pop” del disco), mentre dalla descrizione delle immagini fornite dai partecipanti si sono sviluppati gli arrangiamenti, affidati, oltre che ai Matmos, anche a membri del Nautical Almanac e del Arditti String Quartet (oltre a numerosi guest a loro volta anche cavie del Ganzfeld e musicisti aggiunti).

Vien da sé che, senza alcuna discontinuità con le prove recenti, The Marriage of True Minds è la naturale evoluzione di The Rose Has Teeth…, un album zeppo di qualsiasi cosa e senza distinzioni di sorta tra arte concettuale e pop music, techno e musica latina, jazz e cosmica e persino doom metal, nel finale. In pratica, è come se il The Way Out dei Books fosse stato orchestrato da Frank Zappa o messo nel miscelatore di campioni dell’ultimo Alvin Curran: su una ricorrente serie di voci da training autogeno, il duo imbastisce fusioni tra tech-house e chamber music a suon di percussioni di elastici (a cura di Jason Willett degli Half Japanese) e tip tap su pavimento di pietra (You), pop song in goth-trance (al crooner Ed Schrader è stato chiesto di cantare le parole recitate durante la sessione Ganzfeld), fino a sondare avanguardie storiche e la a lungo amata concreta grazie a noise e field recording (Ross Transcript). Parentesi obbligatoria per gli special guest: il sempre prezioso Jay Lesser in Teen Paranormal Romance (cari Mouse On Mars perché non siete invecchiati altrettanto bene?), lo spirito affine Dan Deacon in Tunnel – altro bordone tra wave e tech, didgeridoo, funk e una sorta di Big Beat frantumato – e l’integerrimo Keith Fullerton Whitman in Aetheric Vehicle che fornisce la trascrizione per una variante funky di tradizionali melodie etiopi poi confluite in una sinfonia Kraftwerk pre-Authobahn. Nota doverosa e puramente simbolica per le due cover, la citata You scritta originariamente da Leslie Weiner e Holger Hiller (dei mitici Palais Schaumberg) e E.S.P. dei Buzzcocks, che rappresenta appunto il finale tragicomico (e un po’ superfluo) con i growl metallari.

L’ubriacante girandola sonica celebra i vent’anni umani e artistici della coppia, pontificandone l’intero spettro di possibilità e specialità. Li accosta, per approccio, ai primi Faust, per il modo di miscelare con ironia e poi dare un tocco “pop” (che allora era acid rock) al miscuglio di avanguardie e di musica colta. In particolar modo, tra una stravaganza e l’altra, emerge con forza un’idea di musica da camera (da camere?) totale che rappresenta a tutt’oggi il portato musicalmente più eccitante dell’intera esperienza Matmos. E’ un album di retroguardia? Sì è un album di fiera retro-avanguardia che, assieme alla ristampa di Bodily Functions di Herbert, verrà saccheggiato da nuove leve di producer. E applausi a Drew e M.C. per la scelta del triangolo. Non tanto una citazione del simbolismo apocalittico di tante cover degli anni 00 quanto l’ennesima dimostrazione di una straordinaria ironia oltre-gender che supera, in forza e impatto, ogni ozioso concettualismo.

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