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7.4

Un uomo distrutto ma molto lucido. La nebbia fumosa è una coltre spettrale dietro alla quale si cela il cuore aperto di Matt Elliott, e già questo lo sapevamo. A un doppio livello, uno energetico, se così si può chiamare, patemico, e uno strutturale. E cioè compositivo. La scoperta dell’acqua bollente di Matt è stata chiara fin dai primi passi delle sue Songs. Spleen che si perde nei secoli, sentimento di fronte al quale noi ascoltatori siamo moderni e non contemporanei, ed è un’esca insopportabile per le nostre orecchie come per gli occhi di quegli avanguardisti che leggevano Baudelaire. Non possiamo che aprire la bocca e farcela squarciare da un amo puntuto.

La scienza di Elliott, più che confermata in The Broken Man, è la capacità di far propria e rendere eminentemente personale la tradizione. Parliamo di chanson, di canción, di “canzone”. Oh How We Fell è una suite narrativa che cita il flamenco, percorre sentieri tristemente noti, veleggia verso un’ipotesi di danza corporea e poi si chiude di nuovo sul macigno sentimentale di Matt.

Il baritono del cantautore non è mai stato così profondo, da cercare là sotto, dopo strati di materia, nel posacenere. Al tempo stesso quel baritono non è mai stato tanto lontano da Bristol e così solo, davanti a noi, in primissimo piano, con pochissime doppie voci o cori struggenti, in lontananza (Please Please Please) – merito anche del missaggio pregevole di Yann Tiersen. In Dust Flesh and Bones Matt sembra aver studiato De André, o chi a sua volta il cantautore genovese aveva studiato alla perfezione. Di questo si alimenta il legame tra cantautorato e folk. Dello slittamento tra protagonismo, esperienza personale e mnemonica collettiva. Tra storia e solipsismo (un canone: “This is how it feels to be alone / just like we’ll die alone” che rimbalza sullo specchio di “Questo ricordo non vi consoli / quando si muore si muore soli”).

È il fare e disfare, dentro e fuori dalla tradizione cantautoriale, la cifra esatta di Elliott. Un movimento che deriva da una concentrazione e dedizione allo shifting maniacale (percorso con i tasti di un pianoforte da manualistica in If Anyone Tells Me “It's Better to have Loved and Lost than to Never have Loved at all” I will Stab Them in the Face). Non ha forse mai fatto post-rock, Matt Elliott, neanche coi Third Eye Foundation. Ma The Broken Man, e il tutto Elliott solo, di dinamica in dinamica, e adattando la definizione reynoldsiana, potrebbe essere chiamato post-cantautorale, genere che mette insieme influenze, geografie, con il punto di continuità dello spleen, certo, ma anche dei nostri ricordi. È la continuità, sforzo contro la solitudine, che Matt ci delega, consegnandola alle nostre mani e ai nostri ascolti.

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